31/10/14

#TuTogliIoIncludo: riflessioni del giorno dopo

Articolo pubblicato su Via Libera.


Il 25 ottobre 2014 come il 23 marzo 2002?
Azzardare paragoni con il passato, in realtà, è un esercizio di stile che lascia il tempo che trova.
Quello che non è cambiato, in questi dodici anni, è l’idea del governo di far crescere l’occupazione mediante una riduzione dei diritti e delle tutele di cui godono le lavoratrici ed i lavoratori. In sostanza, la possibilità di licenziare facilmente sarebbe un toccasana per i dati occupazionali del nostro Paese.
Quello che è cambiato, invece, è il colore politico del governo in carica: nel 2002, la CGIL ha portato al Circo Massimo circa tre milioni di persone contro l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Dodici anni dopo, a Palazzo Chigi c’è il Partito Democratico, che, però, si è ritrovato a parlare la stessa lingua ed a praticare quasi le medesime politiche degli avversari di ieri.
Alla vigilia della manifestazione di sabato scorso, la CGIL ha ritrovato una determinazione che, negli ultimi tempi, sembrava – almeno in parte – smarrita, e la sua mobilitazione ha portato nella capitale un milione di persone. Un dato, quello sulla partecipazione, assolutamente non scontato né da sottovalutare, soprattutto alla luce della sfiducia che si respira nei confronti delle istituzioni politiche e sindacali. Nel piccolo della nostra realtà, da Macerata sono partiti circa venti pullman, con una rappresentanza anche di Officina Universitaria e della Rete degli Studenti Medi.


Ma, come canta Ligabue, il meglio deve ancora venire. Il primissimo passo è la votazione del jobs act. Piazza San Giovanni aspetta dalla Camera dei Deputati una risposta chiara, netta e precisa. La avrà da Sinistra Ecologia Libertà (unica rappresentanza parlamentare del variegato arcipelago della sinistra radicale). La avrà, con tutta probabilità, dal Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Ma sono più che maturi i tempi perché un’analoga risposta arrivi anche dalla minoranza del Partito Democratico, oramai rinchiusa in un angolo dall’attivismo renziano. Finora, i vari Bersani, Civati, Cuperlo e Fassina hanno manifestato, un giorno sì e l’altro pure, molte criticità nei confronti di Renzi e del suo governo, ma, al momento della votazione, si sono sempre adeguati.
Sarà così anche stavolta? Piazza San Giovanni merita una rappresentanza politica all’altezza delle sfide che i tempi moderni stanno lanciando. Piazza San Giovanni chiede di essere ascoltata, perché un’alternativa al pensiero unico renziano esiste e va praticata.
Dall’estensione dell’articolo 18 all’introduzione di un reddito garantito, le proposte non mancano. Le politiche economiche del governo Renzi, invece, si pongono sulla stessa fallimentare strada degli esecutivi precedenti, con tagli lineari a settori strategici quali la scuola, l’università, la sanità, ed i trasporti. Non vi è traccia di politiche di sostegno al reddito o di rilancio del welfare, né di provvedimenti contro l’evasione fiscale. Al contrario, si lavora all’ennesimo piano di dismissioni pubbliche, e continua a mancare un piano industriale o energetico nazionale. Nel documento di stabilità le coperture sono aleatorie e si addossano gran parte degli oneri ancora agli enti locali.
Sarebbe necessario un nuovo piano di investimenti pubblici e privati per rilanciare l’economia. In tutta Europa, meno che in Italia ed in Grecia, sono previste forme di reddito garantito e/o di cittadinanza che sostengono le persone in difficoltà.
Nel fine settimana che si è appena concluso, Matteo Renzi ha dato appuntamento ai suoi alle Leopolda, per la quinta edizione della kermesse che lo ha lanciato su scala nazionale. In quella sede, Davide Serra ha dichiarato, ancora una volta, che il diritto allo sciopero dovrebbe essere limitato, a causa dei suoi costi troppo elevati.
Il ricordo del 25 ottobre deve dare a chi era a Piazza San Giovanni una spinta ed una motivazione in più per raggiungere questi obiettivi ambiziosi: “se parliamo di fare il possibile, sono capaci tutti. Il compito della politica è pensare l’impossibile. Solo se pensi l’impossibile hai la misura di quello che puoi cambiare.”

18/10/14

Macerata “Città dei Diritti”

Articolo pubblicato su Via Libera.


Per molto tempo, “spread” è stata la parola chiave della politica italiana. Ne sanno qualcosa Silvio Berlusconi e Mario Monti, protagonisti, nel 2011, di una staffetta a Palazzo Chigi perché il rendimento dei nostri titoli di Stato stava raggiungendo picchi difficilmente sostenibili e l’Europa chiedeva politiche volte a contenere e ridurre lo spread.
È proprio questo, a mio avviso, il limite più grande dell’Unione Europea, che chiede di controllare i conti, di proseguire la strada dell’austerità, di rendere sempre più precario e flessibile il mondo del lavoro. Come se al mondo non esistesse altro che un bilancio da chiudere in pareggio. Una politica che si limita a questo è destinata a perdere.
Il dibattito politico delle ultime settimane ha evidenziato tutta l’arretratezza e l’inadeguatezza del nostro paese sul tema dei diritti civili. Ma chi si occupa di misurare il nostro spread in questo settore?


I fatti, molto rapidamente: il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha chiesto ai prefetti di annullare la trascrizione dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero, scatenando l’ira di molti sindaci, tra i quali Luigi De Magistris (Napoli), Virginio Merola (Bologna) e Giuliano Pisapia (Milano), intenzionati a non ascoltare le direttive del leader del Nuovo Centrodestra.
Qualche mese fa, il consiglio comunale di Macerata ha deliberato l’adozione del registro delle unioni civili. Tuttavia, la sua regolamentazione sta seguendo tempi troppo lunghi. Si tratterebbe di un primo passo, peraltro ben lontano dal pieno riconoscimento del matrimonio omosessuale, già riconosciuto in molti Paesi europei e che solo il permanere di una cultura intollerante e retrograda ha impedito finora di introdurre in Italia. Ciò che rende ancor più inaccettabile l’attuale stato di fatto è che, per tante situazioni giuridiche, l’amministrazione pubblica riconosce la rilevanza delle unioni di fatto. Peccato che ciò avvenga solamente laddove c’è da limitare l’accesso a benefici di legge, come nel caso di sovvenzioni e agevolazioni di imposte, in cui rileva anche il reddito della persona convivente, seppur non sposata. In questo caso, come è evidente, lo Stato e le sue amministrazioni non si fanno scrupolo nel riconoscere la rilevanza giuridica delle unioni omosessuali.
Le elezioni comunali sono alle porte. Occorre proporre con forza l’idea di Macerata “Città dei Diritti”. Non solo il registro delle unioni civili con l’estensione alle coppie di fatto delle misure per il sostegno al reddito; ma anche il testamento biologico, lo sportello per la consulenza per la fecondazione eterologa e, infine, la sala del commiato, un luogo dignitoso in cui, chi lo desidera, possa ricevere un ultimo saluto senza dover accettare la presenza di simboli di una fede che non gli appartiene, coerentemente con una visione laica dell’esistenza.

08/10/14

Il lavoro (precario) al tempo del jobs act

Articolo pubblicato su Via Libera.


“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Ed ancora: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”
Molti di voi avranno riconosciuto le parole racchiuse tra virgolette: non si tratta del programma politico dell'ennesimo velleitario partitino di sinistra, ma dei primi commi degli articoli 1 e 36 della nostra Costituzione, la legge fondamentale dello Stato italiano.
In un mondo che, negli ultimi venti anni, è profondamente e radicalmente cambiato, la classe politica italiana – tutta o quasi – non ha saputo leggere in tempo quello che stava accadendo, con il risultato che molti settori del nostro Paese non sono all'altezza dei tempi nuovi.
Il mondo del lavoro non sfugge a queste considerazioni. Dal pacchetto Treu al jobs act attualmente in discussione in Parlamento, sembra esistere un filo conduttore che lega i provvedimenti presi in quest'ambito.
Nel 1997, il primo governo Prodi introduce i primi elementi di precarizzazione del mercato del lavoro. Oggi, Matteo Renzi e Maurizio Poletti giungono a presentare un provvedimento che presenta molte, troppe analogie sinistre con gli interventi degli ultimi anni.
Le criticità del jobs act sono molte: dalla cancellazione di quel che resta dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (già modificato dalla legge Fornero) alla questione del reintegro, fino ad arrivare alle disposizioni in materia di demansionamento e controllo dei dipendenti.
Tutto, o quasi, si inserisce in scia agli altri interventi normativi che lo hanno preceduto. Ogni volta che si è messo mano al mondo del lavoro, si è detto che l'obiettivo fosse la lotta alla disoccupazione ed al precariato.


La realtà, invece, ci dice che il tasso di disoccupazione supera il 10%; quasi un ragazzo con due non ha un lavoro ed i contratti a tempo indeterminato sono, ormai, una chimera.
Si capisce, quindi, come sia necessario un cambio di rotta radicale rispetto a quanto si è fatto negli ultimi anni ed a quanto si sta per fare oggi. Riprendendo uno slogan caro a Matteo Renzi, bisognerebbe cambiare verso.
A questo proposito, il contratto di inserimento a tutele crescenti può essere un primissimo punto di partenza. Purché le tutele siano davvero presenti e crescano in tempi ragionevoli: dettagli che il governo non ha ancora esplicitato. E purché, soprattutto, siano cancellate le oltre quaranta tipologie di contratti di lavoro attualmente esistenti.
Ma ancora più importante, significativa e necessaria sarebbe l'introduzione, anche nel nostro paese, di una forma di reddito minimo, che consenta ad ogni donna e ad ogni uomo di pianificare con maggiore serenità la propria vita.
Soluzioni del genere esistono in quasi tutta Europa. Che sia questa la differenza tra la precarietà italiana e la flessibilità europea?