18/02/20

Le foibe. Il Giorno del Ricordo. E la Storia.


Quando si parla del Giorno del Ricordo, la prima cosa da dire è che si deve ricordare tutto.
Quella delle foibe rappresenta una brutta pagina della nostra storia. È una vicenda che parla di vendette e repressioni, di persecuzioni e vessazioni.
Lungi da me e da noi la volontà di minimizzare o negare quei fatti, va però detto che faremmo un torto alle nostre coscienze se decontestualizzassimo quelle vicende raccontando solo una parte della storia. Finiremmo per uccidere la verità.
La costruzione (o la ricostruzione) di una memoria collettiva condivisa non può che partire dalla verità. Non può che partire dalla storia. Ma la storia è studio, documentazione, riflessione, analisi dei fatti.
È impossibile raccontare le foibe senza ricordare le violenze compiute dal regime fascista negli anni precedenti.
Tutte e tutti noi vediamo facilmente la violenza della mano che colpisce o dell’arma che spara.
Ma è giusto e doveroso parlare di violenza anche quando ci troviamo di fronte alla negazione del meticciato di un territorio che porta all'imposizione dall'alto di un’altra storia e di un’altra cultura, ed al tentativo maldestro di cancellare un’identità nazionale. Di fronte a questo, non può che nascere un forte risentimento verso chi viene percepito come un oppressore, e che ha contribuito ad identificare l’Italia intera con il regime fascista.
Le foibe nascono in quegli anni, quando l’umanità lascia il campo alla discriminazione e l’odio diventa legge.
Quando un italiano su sei nega l’olocausto, può essere fin troppo facile riconoscere di vivere in un paese che non ha saputo (o voluto) fare i conti con il proprio passato e con la propria storia e con la propria fetta di responsabilità per quello che è successo.
In questo senso, la piega presa dal dibattito sulle foibe non è di aiuto, perché trasforma la storia in una propaganda ad uso e consumo di una parte politica.
Senza, ancora una volta, voler sminuire la portata e la tragicità di quei fatti, esistono alcuni aspetti per i quali può essere corretto affermare che la storia è stata sostituita da un revisionismo scarsamente supportato dai fatti: la popolazione italiana è stata davvero vittima di pulizia etnica? O l’ha, forse, praticata negli anni di Benito Mussolini? È storiograficamente corretto parlare di genocidio nazionale? Si è trattato, davvero e fino in fondo, di un esodo?
Spetta agli storici rispondere a queste domande. E le loro risposte appaiono differenti da quelle che troppe volte leggiamo nei giornali o ascoltiamo nei telegiornali.
Le foibe sono il frutto avvelenato di una politica che discrimina il diverso e che pratica la superiorità di una razza rispetto alle altre. Se davvero vogliamo ricordare e rendere un omaggio alle vittime di quella stagione dobbiamo impegnarci come persone e come classe politica a non far diventare la storia (e dunque le vittime stesse) materia di contrapposizione e di strumentalizzazione.
Attorno ai fatti avvenuti in quelle terre nel ventennio fascista, durante la Seconda Guerra Mondiale e nel secondo dopoguerra, è calato per lungo tempo un colpevole silenzio che ha prodotto una scarsa conoscenza di ciò che è realmente accaduto. Questo silenzio è stato il seme su cui, nel tempo, sono cresciute ideologie nostalgiche e pericolose per la costruzione di una comunità.
Negli ultimi mesi sono accaduti fatti impensabili fino a poco tempo fa. Citiamo soltanto l’ultimo e parlo di Kande Boubacar, studente di Palermo picchiato ed offeso per il colore della pelle.
Livio Dorigo, esule intervistato da Saverio Tommasi per un sito web, riconosce, per sé e per gli altri esuli, la condizione di profugo, cioè la condizione di una persona costretta ad abbandonare la sua terra in seguito ad eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi. A cosa serve ricordare i profughi di ieri, quando giriamo lo sguardo da un’altra parte di fronte ai profughi di oggi?
Di fronte a tutto questo, l’unica strada da seguire è quella della ricerca della verità, dello studio, della volontà di capire cosa è davvero accaduto in quei tristi anni: chi non conosce la storia, è destinato a riviverla. Ecco perché è bene riaffermare la centralità della storia come materia imprescindibile da studiare durante il percorso scolastico. Conoscere il passato, anche quello più vicino a noi, è il primo passo per una scuola che ha il compito di formare le persone ed i cittadini del futuro.

05/02/20

Intervento durante il coordinamento regionale di Sinistra Italiana


Si avvicina un appuntamento elettorale, rappresentato oggi dalle elezioni regionali, e riappare il classico tema: l'insufficienza dei partiti della sinistra, così come sono, a rappresentare pezzi di società.
Per questo motivo, ogni tentativo di aggregare nuove persone e riattivare lo stimolo della partecipazione è da valutare positivamente, anche quello che si sta organizzando attorno alla figura di Roberto Mancini.
Si sta facendo un gran parlare delle elezioni emiliano - romagnole. "La sinistra marchigiana riparta dall'Emilia Romagna" è uno slogan buono solo per qualche meme nei social. Ogni territorio, ogni realtà ha la sua storia e le sue peculiarità. È difficile, ad esempio, poter affermare che il nostro esecutivo uscente sia un esempio di buon governo, come, invece, pare riconosciuto per la figura di Stefano Bonaccini.
Esiste un tema che tutto il variegato campo progressista dovrebbe far proprio, senza che ciò possa diventare un alibi per le sue mancanze ed i suoi errori. Si è detto molte volte che quella con cui siamo chiamati a confrontarci è la destra peggiore degli ultimi anni. Ne abbiamo avuto un piccolo assaggio nei lunghi mesi dell'esecutivo gialloverde guidato da Giuseppe Conte "1.0". Fermare la Lega, fermare la destra è un tema che esiste per il nostro popolo ed è una questione che va affrontata, provando a mettere in piedi una coalizione davvero progressista, in discontinuità con le politiche portate avanti negli ultimi anni nella nostra Regione, con l'obiettivo di evitare tanto un indistinto frontismo che avvantaggerebbe i nostri avversari quanto un atteggiamento settario e minoritario che potrebbe essere incomprensibile ai più.