30/07/22

Per Alika


Le Marche tornano al centro dell'informazione per un nuovo fatto cronaca nera. Dopo Fermo e Macerata, è il turno di Civitanova Marche, dove oggi Alika Ogorchukwu è stato picchiato a morte per aver fatto – pare – degli apprezzamenti ad una ragazza.
Alika non era semplicemente "uno straniero". Spersonalizzare allontana l’empatia necessaria a capire fino in fondo la gravità di quello che è successo oggi.
Alika era una persona strappata all'affetto dei suoi cari da una (in)cultura che produce un pensiero gerarchico che mette il colore della pelle, il genere, la disabilità su un piano subalterno rispetto ai canoni della presunta normalità e da un patriarcato che mostra il suo lato peggiore: il maschio alfa interviene a "difendere" la "sua" donna, come se le donne non sapessero difendersi da sole e come se esistessero parole che legittimino fatti di una violenza inaudita.
Ci stringiamo attorno ai suoi cari ed alla comunità nigeriana e ci chiediamo: di quale sicurezza parliamo quando una persona – disabile e di colore – perde la vita nelle circostanze accadute oggi ad Alika.

04/07/22

Intervista a Sara Reginella: una testimonianza di chi ha visto il Donbass con i propri occhi

Intervista pubblicata su Oltre il capitale.


Era la notte tra il 23 ed il 24 febbraio 2022: la Russia di Putin muoveva i primi attacchi all'Ucraina, dopo aver firmato il riconoscimento delle repubbliche separatiste del Donbass (al confine proprio tra Russia ed Ucraina).
Nei giorni immediatamente successivi la retorica bellica in difesa delle ragioni dell'Ucraina ha raggiunto livelli insostenibili sia nei principali organi d'informazione che in un Parlamento che ha votato l'invio delle armi in Ucraina con un larghissimo consenso che non trova un analogo riscontro nei sondaggi che vedono il popolo italiano schierato su posizioni meno belligeranti e più diplomatiche. Oggi, fortunatamente, qualcosa sta cambiando: alcuni paesi dell'Unione Europea si stanno smarcando dalle dichiarazioni di Joe Biden e Boris Johnson che rischiano di essere un ostacolo ad una soluzione diplomatica del conflitto russo – ucraino.
La necessità di conoscere e di capire come stanno realmente le cose e di analizzare le questioni nella loro complessità è sempre più urgente ed importante.
Per questo motivo abbiamo contattato Sara Reginella, psicologa clinica, giuridica e psicoterapeuta. Ha girato documentari come "Le stagioni del Donbass" e "Start Up a War. Psicologia di un conflitto" ed ha scritto un libro uscito nel 2021 per Exorma Edizioni: "Donbass. La guerra fantasma le cuore d’Europa".
Il titolo di questo libro riassume perfettamente il modo in cui l'Occidente ha parlato di quello che sta accadendo nella regione del Donbass in seguito alla destituzione del presidente Viktor Yanukovych avvenuta nel 2014.

Quando e come nasce la tua curiosità per la cultura russa?
Nasce casualmente tanti anni fa. Ricordo che la prima volta in cui sono stata in Russia è scoccato l’amore per quel mondo che non conoscevo. Avevo scelto la meta in maniera assolutamente casuale, potevo essere ovunque. Nel momento in cui ho iniziato a girare per le strade di Mosca e di altre città, mi sono sempre sentita a casa ed ogni volta era come tornare in un luogo che già conoscevo in maniera emotiva e non razionale. La passione crescente per la Russia mi ha spinto a volerne approfondire la conoscenza e per farlo era necessario parlare con la gente: per questo ho cominciato a studiare i fondamenti della lingua russa.
Nel tempo sono tornata tante volte. Sembra una bestemmia dirlo oggi quando il diktat è quello di odiare la Russia in ogni sua forma, a partire dalla sua grande cultura. Io mi oppongo a questo tipo di odio: amo la cultura russa, amo le sue tradizioni.
Evgenij Solonovich è il massimo italianista russo e la sua esclusione dalla giuria del Premio Strega voluta dalla Farnesina è una cosa terribile.
Non si può suonare Ciaikovskij per non mancare di rispetto al popolo ucraino.
Queste sono assurdità intrise di odio e razzismo. Il mondo russo non ha nulla a che fare con l'odio che si vuole seminare per legittimare l’invio di armi all'Ucraina.
Abbiamo intrapreso una brutta strada che, se continua l’escalation, porterà noi europei farà fare una brutta fine.

Nella tua osservazione delle dinamiche interne alle popolazioni sembrano emergere le metodologie psicoterapeutiche proprie del tuo lavoro. Questo ti ha reso più stimolante il compito? Quanto ha inciso la tua professione nella scelta di andare in quelle zone a guardare con i tuoi occhi quello che stava accadendo?
La mia professione ha sicuramente inciso. La prima volta che sono stata in Donbass ero con l'università di psicologia di Rostov sul Don: avevo organizzato alcuni seminari e conferenze per sensibilizzare sul conflitto ucraino quando ancora non ne parlava nessuno. Ho preso contatti con psicologi che lavoravano nei campi profughi di Rostov e psichiatri che lavoravano a Donetsk sotto le bombe: professionisti che avevano a che fare con la popolazione traumatizzata dalla guerra. Il mio obiettivo era quello di far conoscere in Italia quello che stava accadendo in quei territori. Successivamente sono stata invitata in Russia per una conferenza sul tema della guerra, su quanto la psicologia possa aiutare ad affrontare le problematiche connesse ai conflitti. Ho visitato un campo profughi assieme ad una psicologa ed ho partecipato ad una spedizione in Donbass. Poi sono tornata altre due volte per mio conto.
Inoltre, essere psicoterapeuta è una lente per leggere il conflitto. Provo a spiegare l'origine del conflitto ucraino con il tema dell'ingerenza esterna. Parlo spesso di Maidan e molti mi rispondono che sono fatti vecchi di otto anni. Quei fatti, però, aiutano a capire quanto sta accadendo oggi. Durante quella rivolta democratica che, in realtà, è stata un golpe, si osserva un’ingerenza esterna rappresentata da politici occidentali come il senatore statunitense John McCain, che istiga il popolo contro un governo legittimamente eletto. Vi è stata, quindi, una prima invasione della politica occidentale: è un po' come se un esponente di spicco di Russia Unita (il partito di Putin) parlasse al Colosseo istigando la popolazione italiana contro il governo Draghi. Sembra fantascienza, ma in Ucraina è realmente accaduto.
Questa ingerenza esterna ha spaccato il popolo ucraino in due; una parte del popolo si è ribellata e le regioni del Donbass hanno autoproclamato l'indipendenza perché questo golpe è avvenuto col contributo della manovalanza neonazista.
L'aspetto psicologico di questa vicenda sta in una dinamica che si può osservare nell'ambiente familiare: un esempio è quello di un genitore istiga il figlio contro l'altro genitore e ciò crea una spaccatura all'interno della famiglia. Qualcosa di simile è accaduto all'Ucraina, spinta dall'Occidente a ribellarsi al mondo russo.
L'Ucraina avrebbe il diritto di mantenere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti che con la Russia, ma ha dovuto scegliere.

Quali sono i ricordi principali dei tuoi viaggi in Donbass?
Sono tanti. Quello che mi ha colpito è il livello di distruzione delle infrastrutture civili: ho visto case, fabbriche, villaggi interamente demoliti. È qualcosa di impensabile per una persona come me che viene da una regione italiana.
Mi ha colpito, però, la capacità di ripartire e di costruire: di notte cadono le bombe e di giorno aprono i cantieri per ricostruire le case.
Ho visto alcune signore coltivare l'orto al fianco di case totalmente distrutte per non separarsi dalla terra che amano.
Sono entrata in una casa in cui vivevano una donna e la figlia disabile, la cui unica fonte di reddito era la pensione d'invalidità della figlia (pensione congelata dal governo ucraino ed integrata da quello russo): quella casa aveva teli, coperte e plastica al posto dei vetri delle finestre e le pareti erano piene di fori fatti dai colpi dell'artiglieria.
Inizialmente il conflitto ucraino non è stato raccontato, a eccezione di narrazioni ad opera di pochi giornalisti coraggiosi. La guerra non è stata mostrata perché non era conveniente dire che il nuovo governo ucraino stava bombardando il suo territorio in quella che è diventata, a tutti gli effetti, una guerra civile.
Ritengo legittima la posizione del Donbass: dopo il golpe e la strage di Odessa, la reazione di quella popolazione è stata di non voler avere nulla a che fare con il nuovo governo ucraino e con un referendum sono state autoproclamate le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.
Si tratta di applicare il principio di autodeterminazione che, secondo me, dovrebbe valere sempre. Il motivo per cui si censurano l'Euromaidan e la strage di Odessa, sta nella volontà di non applicare questo principio.
Si è dipinto il Donbass come una regione abitata da terroristi. Così non è: quella popolazione ha una forte memoria antifascista e si ribella giustamente a queste recrudescenze neonaziste. Si parla spesso di questo famoso 2% del partito di Svoboda. Difatti, il popolo ucraino non è un popolo nazista, ma esiste una minoranza estremista ed ultranazionalista che tiene sotto scacco una nazione intera attraverso gruppi estremisti come Svoboda e Pravy Sektor (Settore Destro) e battaglioni neonazisti come Azov, Aidar, Dnepr e Donbass. Con la collaborazione dei nostri governi malati questa minoranza riesce addirittura a tenere in scacco il mondo intero.

Che idea hai del modo in cui la nostra stampa sta raccontando questi mesi di guerra?
Non ho un'idea positiva. Questa narrazione non persuaderebbe neanche un bambino di sei anni. La favola del lupo cattivo è più evoluta. Non generalizzo, esistono sicuramente eccezioni meritorie. Ma gran parte della narrazione è scellerata: noi siamo i buoni e loro sono i cattivi. Noi pretendiamo di dare lezioni di libertà di stampa, democrazia e giornalismo, ma esportiamo guerre che uccidono le persone. Questa descrizione a senso unico serve per alimentare il lavaggio del cervello: le persone devono odiare la Russia, sviluppare un sentimento di superiorità verso quella che viene considerata una nazione nemica. Armare per la pace è un paradosso; le armi italiani uccidono le persone in Ucraina. Non esistono guerre in cui non muoiono le persone civili. Esistono guerre fomentate dall'Occidente dove i nostri morti non vengono fatti vedere, ma si mostrano solo le vittime uccise dal nemico.
Questa narrazione ha numerose pecche: molti aspetti sono rappresentati in maniera distorta. Penso alla città di Mariupol, dove le persone sono state utilizzate come scudi umani secondo quanto è emerso da interviste fatte a cittadini di Mariupol e trasmesse nei canali russi. Queste affermazioni hanno trovato un riscontro anche in un servizio di Report. I cittadini di Mariupol raccontano che gli scellerati del battaglione Azov si facevano scudo dei palazzi con i civili.
Molti reporter, anche italiani come Maurizio Vezzosi e Giorgio Bianchi, hanno raccolto preziose testimonianze sul concetto di scudi umani intervistando la popolazione. Da noi, però, questo messaggio non è passato; anzi, si fa di tutto per lasciar passare il messaggio opposto secondo cui quelli del battaglione Azov sarebbero degli eroi. Non è così; non c'è nulla di eroico né di dignitoso nel barricarsi dietro ai civili. Il battaglione Azov gioca anche a fare la vittima.
In alcuni casi si sta riabilitando il neonazismo. È una cosa gravissima e chi la denuncia viene deriso o non ha occasione di parlare.
Azov è un battaglione neonazista; ha il dente di lupo ed il sole nero nel proprio simbolo. Quali altri prove vogliamo? I battaglioni Aidar, Dnepr e Donbass sono tutti neonazisti. Pravy Sektor è coinvolto nella gestione dell'ordine pubblico. Persone che si presume commettano crimini vengono legate negli alberi o nei pali, verniciate, spogliate e diffamate per opera proprio di criminali di Pravy Sektor.
Questi gruppi neonazisti fanno il lavoro sporco, poi vogliono visibilità. È una questione di marketing e non è un caso che Zelenskyy si sia presentato a parlare al Parlamento greco con due membri del battaglione Azov al suo fianco. La loro presenza ha suscitato l'indignazione di un paese in cui Alba Dorata è stata sciolta perché riconosciuta responsabile di vari attacchi contro migranti ed esponenti della sinistra greca.

Qual è lo stato di salute della democrazia in Ucraina? Te lo chiedo pensando principalmente a tre aspetti: la presenza del battaglione Azov (di chiara matrice nazista), la messa al bando del Partito Comunista e la presenza di una blacklist di criminali in cui – a causa della tua attività – è presente anche il tuo nome.
Non riconosco il governo ucraino come un governo democratico. In realtà il Partito Comunista non è l’unico partito ad essere stato abolito: un’analoga sorte è toccata al partito dell'ex presidente Yanukovych (Partito delle Regioni) e ad altri undici partiti di opposizione. Il risultato è che, di fatto, oggi in Ucraina non esiste un'opposizione di sinistra e molte persone non hanno più un partito da votare.
Il problema è che la figura di Zelensky è oggetto di un poderoso lavoro d'immagine. Indossa una maschera ed è il protagonista di una sceneggiatura scritta da altri. Viene vestito di un'estetica di sinistra che non gli appartiene. In occasione della giornata del 9 maggio in cui si celebra la vittoria contro il nazismo il suo discorso è stato patetico dal momento che lavora con i nazisti. Festeggia la vittoria contro il nazismo, ma i nazisti li ha in casa. Stanno facendo delle mistificazioni gravissime.
La blacklist, invece, è una lista di proscrizione conosciuta col nome di Myrotvorets che contiene un elenco di giornalisti bollati come propagandisti ed oppositori politici. Per essere oppositore politico è sufficiente denunciare il golpe di Euromaidan.
Sono considerata una criminale; sono in questa lista a causa dei miei documentari dove cercavo di raccontare la sofferenza del popolo ucraino.
Questa lista è stata ideata da Viktor Gerashchenko, consigliere del Ministero degli Interni ucraino. È, quindi, una lista direttamente collegata al governo e questo legame è rintracciabile anche nel sito dell'OSCE. La lista contiene dati personali e fotografie dei giornalisti scomodi che vengono letteralmente ammazzati per strada.
In Ucraina sono state uccise decine e decine di giornalisti negli ultimi otto anni. Penso ad Andrea Rocchelli, fotoreporter italiano morto in Donbass, Oleg Busina o Olga Moroz. Molti altri sono stati arrestati, come il blogger Lyashenko, ed altri ancora sono stati costretti a fuggire.
Quando un giornalista presente nella lista viene ucciso, viene scritta la parola “liquidato” in rosso nella fotografia della vittima.
In Ucraina è successo davvero di tutto, ma a nessuno interessa veramente. Le nostre Organizzazioni Non Governative tendono a denunciare le violazioni dei diritti umani de paesi nemici dell’Occidente. Gli altri, i nostri amici, possono avere i nazisti o i tagliagole dell'Isis, ma l'Occidente non dirà nulla perché sono nostri alleati e si farà di tutto per definirli ribelli moderati o ragazzi giovani che leggono Kant, come nel caso dei neonazisti. In realtà sono tutti dei criminali.
Anche in Italia si stanno diffondendo pericolose forme di estremismo. Io stessa sono stata minacciata da persone ucraine con modalità banderiste. A Bologna, invece, i volontari del comitato Ucraina antifascista sono stati minacciati da circa quaranta persone, alcune delle quali, mi è stato riferito, dichiaravano di essere del Settore Destro – Pravy Sektor – e di voler sgozzare i volontari del comitato. Questi provocatori sono stati allontanati dalle forze dell'ordine, ma pochi giorni dopo – il Primo Maggio – si sono presentati alla festa dell'Unione Sindacale di Base di Bologna e, prima di essere allontanati, hanno iniziato a scattare fotografie dei presenti.
Le testate locali hanno dato la notizia di come siano seguiti episodi di violenza nei giorni immediatamente successivi a danno degli organizzatori degli eventi, tra cui i militanti di "Cambiare Rotta": effrazione in un locale, gomme dell'automobile tagliate, un tentativo di stupro. Ovviamente non accuso nessuno, dico soltanto che queste persone scattavano alcune fotografie e poi sono seguiti episodi di violenza.
Le indagini sono ancora in corso.

In passato, penso – ad esempio – alle guerre in Iraq ed Afghanistan mosse dalla NATO, il movimento pacifista ha fatto sentire sempre la sua voce forte e contraria ai conflitti. Sono passati tanti anni, la partecipazione politica non è forte come lo era allora, ma ti chiedo un tuo punto di vista sul pacifismo nel nostro paese. Manca, a tuo avviso, un solido dibattito politico che rafforzi il movimento pacifista?
Il movimento pacifista ha seri problemi. Ai cortei per la pace partecipano persone che votano partiti che stanno armando l'Ucraina: sono i pacifisti con l'elmetto che, coerentemente con le loro idee, non dovrebbero partecipare a queste manifestazioni dove capita di ascoltare politici che salgono sul palco e rivendicano l'invio delle armi in Ucraina.
Ad Ancona un gruppo di persone ucraine ha impedito ad un'attivista di Potere al Popolo di parlare per aver citato il problema del neonazismo in Ucraina e dei bombardamenti contro la popolazione del Donbass.
A questi cortei partecipano persone che sfilano con la bandiera rossonera del criminale nazista Stepan Bandera che, tra l'altro, era presente a piazza Maidan assieme ai vessilli dell'Europa.
In Ucraina si sta riscrivendo la storia, affermando, ad esempio, che Bandera non fosse nazista. Ma deve essere chiaro che stiamo parlando di una persona responsabile della strage di migliaia di ebrei.
Il movimento per la pace ha dei problemi al suo interno. Alcune persone non sono per la pace, ma stanno nel movimento ed andrebbero allontanate. Per me è molto semplice: se sei per la guerra non puoi far parte di un movimento per la pace.
Alcuni pacifisti violenti sostengono che la NATO sia un'organizzazione di difesa. I fatti dicono che non è così: basta pensare alle bombe su Belgrado.
Anche qui generalizzare è sbagliato, ma il movimento dovrebbe chiedere più coerenza a chi partecipa a queste manifestazioni: non si può essere pacifisti se si sostiene e rivendica l'invio di armi in Ucraina e se si impedisce di parlare della situazione del Donbass.
Vorrei, però, spendere una buona parola per i partiti più a sinistra, per i partiti comunisti e per alcuni sacerdoti che ho conosciuto: persone che realmente sostengono la pace.

Pensi che sia ancora possibile una soluzione diplomatica in tempi brevi della guerra tra Russia ed Ucraina. Su quali basi, secondo te? Credi che l’Occidente sia pronto a fare un passo indietro e riconoscere un nuovo ordine mondiale multipolare?
L'Occidente non vuole questo multipolarismo. Si stanno creando le premesse per una terza guerra mondiale che porterebbe ad una distruzione generale dell'umanità, se non cambiano le circostanze.
La premessa per la pace è la neutralità dell'Ucraina. L'espansionismo della NATO è connesso allo scoppio di questa guerra. Sono stati creati troppi squilibri e fatte troppe forzature a livello di scacchiera geopolitica. Mosca rifiuta l'idea che possano esserci dei missili a pochi chilometri dai suoi confini e gli Stati Uniti farebbero lo stesso se si trovassero nella situazione della Russia. Questo non significa che si sta giustificando la guerra, ma che si auspica la neutralità dell’Ucraina.
Bisogna spiegare gli interessi dietro a questa guerra: gli interessi militari ed economici. Penso al gas, alle sanzioni sul gas che, di fatto, creano problemi a noi e non agli Stati Uniti che, anzi, hanno tutto da guadagnare da questa situazione.
Gli interessi degli Stati Uniti sono anche su una guerra dello shale gas. Nel 2014 Hunter Biden, figlio del presidente statunitense, è entrato nel Consiglio di Amministrazione di Burisma Holdings, compagnia interessata ad estrarre il gas in Donbass ed erano già pronti gli accordi con Shell e Chevron.
L'estrazione dello shale gas porta con sé notevoli problemi ambientali: l'obiettivo era desertificare il Donbass, ma la popolazione si è ribellata.
Bisogna, dunque, far emergere sia gli interessi miliari che quelli economici.
Bisogna spiegare bene le cose, evitando di raccontarle come se si parlasse ad un bambino di quattro anni; dire la verità su quello che è accaduto a Maidan perché la verità su Maidan ed Odessa aiuta a comprendere la legittimità delle posizioni di Crimea e Donbass, che non vogliono più avere nulla a che fare con quel tipo di governo. Vale la pena ricordare come nelle regioni ribelli il governo ucraino abbia sospeso il pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici e delle pensioni di anzianità.
Difendiamo l'Ucraina, ma difendiamola con la verità, chiedendo la fine degli scontri da entrambe le parti, non con le menzogne che sono utili soltanto ad alimentare la guerra. Chi dice il contrario mente profondamente, ma al momento l'interesse generale sembra quello di tenere vivo il conflitto.