23/11/20

Tra astronavi e previsioni astrologiche


Prevedibile o meno che fosse, la seconda ondata del Coronavirus sta mostrando il lato peggiore della nostra politica istituzionale.
Mentre, in attesa del vaccino, tutte e tutti noi ci interroghiamo su un futuro che appare incerto e nebuloso, Governo e Regioni litigano sui parametri da rispettare per contenere i contagi e sembrano rimpallarsi la responsabilità di misure tanto necessarie quanto impopolari.
Da tempo, Sinistra Italiana (e non solo) denuncia gli investimenti insufficienti che sono stati effettuati sulla sanità, i cui effetti sono, oramai, sotto gli occhi di tutti.
Abbiamo criticato la costruzione del Covid hospital perché crediamo che il potenziamento delle strutture esistenti sia da privilegiare rispetto alla costruzione ex novo di cattedrali nel deserto che necessitano di ingenti risorse, anche umane, per funzionare al meglio. Quello che sta accadendo in questi giorni, peraltro, dimostra che la previsione di una struttura dedicata non ha sgravato gli altri ospedali dalla gestione dei pazienti Covid, finendo, così, per aggravare una situazione già complessa e delicata.
Alcuni esponenti della Giunta regionale e dei partiti che la sostengono sono stati impegnati a contestare il passaggio delle Marche in zona arancione (salvo, poi, emanare un’ulteriore ordinanza restrittiva rispetto a quanto già previsto) ed a lamentarsi dei parametri utilizzati dal Ministero della Salute per inserire le regioni in questa o in quella fascia. La stabilizzazione della curva dei contagi non autorizza in alcun modo ad abbassare la guardia perché i numeri assoluti restano significativamente alti. Per questo, l’attenzione di tutte e tutti dovrebbe essere rivolta, più che ad alimentare sterili polemiche con il Ministro Speranza, all’andamento della curva, alla situazione degli ospedali, a tutelare e difendere la salute delle donne e degli uomini che vivono nella nostra Regione.
Cinque, a nostro avviso, sono le priorità da affrontare in questa fase.
Il personale medico e sanitario è insufficiente: sono necessarie nuove assunzioni per mettere medici, infermieri ed operatori socio – sanitari nelle condizioni di lavorare più serenamente senza essere costretti a turni di lavoro pesanti che diventano necessari per coprire le strutture esistenti: il personale impiegato nel Covid hospital lascia scoperti gli altri reparti degli altri ospedali presenti nel territorio provinciale.
Il numero di tamponi va incrementato sempre di più per poter controllare e monitorare l’andamento del virus. È stato recentemente sottoscritto un protocollo con alcuni laboratori privati, ma tale protocollo produrrà buoni risultati solo se il prezzo dei tamponi sarà calmierato. Sarebbe, poi, opportuno lavorare di più e meglio sul tracciamento dei contatti dei pazienti positivi.
Vanno rafforzati i servizi domiciliari, per i quali sono stati stanziati alcuni fondi dai recenti DPCM. È possibile, ad esempio, prevedere che i medici di medicina generale curino a domicilio?
È necessario rendere subito operativi i Covid hotel per chi non può fare la quarantena a domicilio perché casa non la ha, vive solo o ha casa troppo piccola e rischia di infettare i familiari.
Infine, un occhio di riguardo va riservato alle RSA, dove risiedono le persone più fragili dal punto di vista sanitario e che stanno pagando un prezzo altissimo a questa pandemia: vanno difese e tutelate sempre, anche quando non sono più utili al nostro sistema produttivo.
Quando tutto questo sarà finito, sarà urgente e necessaria una riflessione sul ruolo del settore pubblico nell’economia, in particolare in alcuni settori chiave per lo sviluppo di una società quali possono essere la sanità e l’istruzione. Le politiche economiche degli ultimi anni hanno utilizzato sanità, scuola ed università come dei bancomat, esponendoli alle criticità che oggi sono sotto i nostri occhi. L’obiettivo non può essere tornare alla normalità che abbiamo conosciuto fino allo scorso febbraio, ma costruire – se così si può dire – una nuova normalità che metta, finalmente, la persona ed i suoi bisogni al centro dell’agenda politica.

16/11/20

Banchi e banconi


Le belle parole sulla scuola e sulla sua importanza nella nostra società si sprecano: le scuole trasformano gli specchi in finestre e sono il miglior passaporto per il futuro.
Franklin D. Roosevelt disse che, a suo avviso, la scuola dovrebbe essere l’ultima spesa su cui gli Stati Uniti dovrebbero fare economia.
L’Italia, negli ultimi anni, non ha seguito queste parole. Ogni anno, puntualmente, le nostre studentesse ed i nostri studenti denunciano pubblicamente lo stato di salute precario in cui versa la scuola pubblica, ma poco o nulla si è fatto per provare ad invertire la rotta.
Se è vero che ogni crisi nasconde un’opportunità, la pandemia poteva (e può) rappresentare l’occasione per cambiare, bisogna avere l’onestà intellettuale di dire che, con ogni probabilità, in estate si poteva e si doveva lavorare di più e meglio.
Abbiamo passato i mesi di luglio e di agosto a discutere di banchi con le rotelle e di prove selettive dei concorsi straordinari da svolgere durante la fase d’emergenza (anche nelle ultime settimane quando gli spostamenti erano fortemente sconsigliati).
Nulla, invece, si è detto in materia di classi pollario popolate da troppe ragazze e troppi ragazzi in aule piccole e poco spaziose, di una qualità della didattica che risente di questa situazione, delle cattedre vuote e delle graduatorie delle docenti e dei docenti precari piene, di un’intelligente integrazione della didattica digitale a quella (imprescindibile ed insostituibile nelle scuole di ogni ordine e grado) in presenza.
Stupisce fino ad un certo punto, dunque, che, in seguito alla preoccupante risalita dei contagi, la scuola sia tornata in un sostanziale lockdown con un ritorno massiccio alla didattica a distanza (che, nel frattempo, si è trasformata in didattica digitale integrata).
Due, oggi, dovrebbero essere le priorità di chi lavora nel mondo della scuola. Ciascuna e ciascuno di noi per il pezzetto che ci compete, dovremmo avere l’obiettivo di rientrare in sicurezza e quanto prima in classe e di riformare la scuola per farne davvero il perno attorno a cui (ri)costruire la nostra società.
Occupiamoci di questo, e lasciamo da parte le retoriche esaltazioni belliche di un passato da studiare affinché non si ripeta più.
“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

06/11/20

Povero Cristo


Nel 2020 le informazioni circolano molto rapidamente e l’accesso alla rete (tema su cui l’Italia presenta alcune criticità) consente di ricevere una gran mole di notizie.
Accade, così, di trovare su YouTube la registrazione della Santa Messa tenutasi lo scorso 27 ottobre presso la chiesa dell’Immacolata (disponibile al seguente link).
Colpiscono, e non poco, le parole pronunciate da don Andrea Leonesi, vicario del Vescovo. Negazionismo, oscurantismo, maschilismo esasperato: quelle parole non nascondono una visione della società arcaica e patriarcale di fronte alla quale il silenzio e l’indifferenza non sono ammessi.
Si strizza l’occhio alla Polonia per la recente legge che limita il diritto all'interruzione di gravidanza e che ha portato molte donne e molti uomini a scendere in piazza in segno di protesta.
L’aborto non è un gioco né uno scherzo, è tutela della libertà di scelta e della salute delle donne che, in una situazione come quella polacca, non smetteranno certo di abortire, ma saranno costrette a farlo in maniera illegale, senza il rispetto di alcuna norma igienica e senza alcun tipo di controllo sanitario. Se c’è una battaglia che va combattuta in Italia, è quella per arrivare ad una piena attuazione della legge 194, non alla sua limitazione.
È raccapricciante il confronto tra l’aborto e la pedofilia, come se fosse davvero possibile scegliere un male minore, come se fosse normale confondere diritto e abuso.
Appaiono poi insostenibili le interpretazioni letterali dell'Antico Testamento sulla sottomissione della moglie al marito che, a sua volta, è a capo della moglie in un momento in cui il diritto della donna ad una vita autonoma porta fenomeni di violenza domestica e femminicidi.
La società evolve ed esiste una famiglia laddove ci sono amore e rispetto reciproco. Il giorno in cui la famiglia omosessuale sarà equiparata in tutto e per tutto a quella, per così dire, tradizionale vivremo sicuramente in una società più giusta.
Quando si pronunciano parole che tentano di ledere i diritti conquistati con le lotte e le rivendicazioni negli anni passati, che sminuiscono quasi con lo sberleffo i movimenti femministi, è necessario denunciare e non arretrare di un passo.
Sappiamo quanto complesso ed articolato sia il mondo cattolico e siamo sicur* che molte donne e molti uomini non sentano proprie le parole di don Andrea Leonesi, auspichiamo prese di distanza personali e collettive. La nostra è qui presente.