
Prevedibile o meno che fosse, la seconda ondata del Coronavirus sta mostrando il lato peggiore della nostra politica istituzionale.
Mentre, in attesa del vaccino, tutte e tutti noi ci interroghiamo su un futuro che appare incerto e nebuloso, Governo e Regioni litigano sui parametri da rispettare per contenere i contagi e sembrano rimpallarsi la responsabilità di misure tanto necessarie quanto impopolari.
Da tempo, Sinistra Italiana (e non solo) denuncia gli investimenti insufficienti che sono stati effettuati sulla sanità, i cui effetti sono, oramai, sotto gli occhi di tutti.
Abbiamo criticato la costruzione del Covid hospital perché crediamo che il potenziamento delle strutture esistenti sia da privilegiare rispetto alla costruzione ex novo di cattedrali nel deserto che necessitano di ingenti risorse, anche umane, per funzionare al meglio. Quello che sta accadendo in questi giorni, peraltro, dimostra che la previsione di una struttura dedicata non ha sgravato gli altri ospedali dalla gestione dei pazienti Covid, finendo, così, per aggravare una situazione già complessa e delicata.
Alcuni esponenti della Giunta regionale e dei partiti che la sostengono sono stati impegnati a contestare il passaggio delle Marche in zona arancione (salvo, poi, emanare un’ulteriore ordinanza restrittiva rispetto a quanto già previsto) ed a lamentarsi dei parametri utilizzati dal Ministero della Salute per inserire le regioni in questa o in quella fascia. La stabilizzazione della curva dei contagi non autorizza in alcun modo ad abbassare la guardia perché i numeri assoluti restano significativamente alti. Per questo, l’attenzione di tutte e tutti dovrebbe essere rivolta, più che ad alimentare sterili polemiche con il Ministro Speranza, all’andamento della curva, alla situazione degli ospedali, a tutelare e difendere la salute delle donne e degli uomini che vivono nella nostra Regione.
Cinque, a nostro avviso, sono le priorità da affrontare in questa fase.
Il personale medico e sanitario è insufficiente: sono necessarie nuove assunzioni per mettere medici, infermieri ed operatori socio – sanitari nelle condizioni di lavorare più serenamente senza essere costretti a turni di lavoro pesanti che diventano necessari per coprire le strutture esistenti: il personale impiegato nel Covid hospital lascia scoperti gli altri reparti degli altri ospedali presenti nel territorio provinciale.
Il numero di tamponi va incrementato sempre di più per poter controllare e monitorare l’andamento del virus. È stato recentemente sottoscritto un protocollo con alcuni laboratori privati, ma tale protocollo produrrà buoni risultati solo se il prezzo dei tamponi sarà calmierato. Sarebbe, poi, opportuno lavorare di più e meglio sul tracciamento dei contatti dei pazienti positivi.
Vanno rafforzati i servizi domiciliari, per i quali sono stati stanziati alcuni fondi dai recenti DPCM. È possibile, ad esempio, prevedere che i medici di medicina generale curino a domicilio?
È necessario rendere subito operativi i Covid hotel per chi non può fare la quarantena a domicilio perché casa non la ha, vive solo o ha casa troppo piccola e rischia di infettare i familiari.
Infine, un occhio di riguardo va riservato alle RSA, dove risiedono le persone più fragili dal punto di vista sanitario e che stanno pagando un prezzo altissimo a questa pandemia: vanno difese e tutelate sempre, anche quando non sono più utili al nostro sistema produttivo.
Quando tutto questo sarà finito, sarà urgente e necessaria una riflessione sul ruolo del settore pubblico nell’economia, in particolare in alcuni settori chiave per lo sviluppo di una società quali possono essere la sanità e l’istruzione. Le politiche economiche degli ultimi anni hanno utilizzato sanità, scuola ed università come dei bancomat, esponendoli alle criticità che oggi sono sotto i nostri occhi. L’obiettivo non può essere tornare alla normalità che abbiamo conosciuto fino allo scorso febbraio, ma costruire – se così si può dire – una nuova normalità che metta, finalmente, la persona ed i suoi bisogni al centro dell’agenda politica.
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