
Le belle parole sulla scuola e sulla sua importanza nella nostra società si sprecano: le scuole trasformano gli specchi in finestre e sono il miglior passaporto per il futuro.
Franklin D. Roosevelt disse che, a suo avviso, la scuola dovrebbe essere l’ultima spesa su cui gli Stati Uniti dovrebbero fare economia.
L’Italia, negli ultimi anni, non ha seguito queste parole. Ogni anno, puntualmente, le nostre studentesse ed i nostri studenti denunciano pubblicamente lo stato di salute precario in cui versa la scuola pubblica, ma poco o nulla si è fatto per provare ad invertire la rotta.
Se è vero che ogni crisi nasconde un’opportunità, la pandemia poteva (e può) rappresentare l’occasione per cambiare, bisogna avere l’onestà intellettuale di dire che, con ogni probabilità, in estate si poteva e si doveva lavorare di più e meglio.
Abbiamo passato i mesi di luglio e di agosto a discutere di banchi con le rotelle e di prove selettive dei concorsi straordinari da svolgere durante la fase d’emergenza (anche nelle ultime settimane quando gli spostamenti erano fortemente sconsigliati).
Nulla, invece, si è detto in materia di classi pollario popolate da troppe ragazze e troppi ragazzi in aule piccole e poco spaziose, di una qualità della didattica che risente di questa situazione, delle cattedre vuote e delle graduatorie delle docenti e dei docenti precari piene, di un’intelligente integrazione della didattica digitale a quella (imprescindibile ed insostituibile nelle scuole di ogni ordine e grado) in presenza.
Stupisce fino ad un certo punto, dunque, che, in seguito alla preoccupante risalita dei contagi, la scuola sia tornata in un sostanziale lockdown con un ritorno massiccio alla didattica a distanza (che, nel frattempo, si è trasformata in didattica digitale integrata).
Due, oggi, dovrebbero essere le priorità di chi lavora nel mondo della scuola. Ciascuna e ciascuno di noi per il pezzetto che ci compete, dovremmo avere l’obiettivo di rientrare in sicurezza e quanto prima in classe e di riformare la scuola per farne davvero il perno attorno a cui (ri)costruire la nostra società.
Occupiamoci di questo, e lasciamo da parte le retoriche esaltazioni belliche di un passato da studiare affinché non si ripeta più.
“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
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