22/01/14

Milan: c'è poco da stare Allegri


Quella tra Max Allegri ed il Milan era diventata una storia d'amore di convenienza.
Tutti sapevano che, al più tardi a giugno, le loro strade si sarebbero separate. La situazione, però, è precipitata la scorsa settimana, quando, in seguito al clamoroso rovescio esterno contro il Sassuolo, Barbara Berlusconi ed Adriano Galliani (la nuova strana coppia del calcio italiano) hanno optato per l'esonero immediato del tecnico livornese.


Allegri è stato un tecnico aziendalista: ha vissuto gli addii dei vari Nesta, Zambrotta, Gattuso, Pirlo, Seeedorf, van Bommel ed Inzaghi, che, per varie ragioni, hanno chiuso il loro ciclo al Milan nel giugno del 2012. È stato privato dei due giocatori più forti (Thiago Silva ed Ibrahimovic) perché si doveva fare cassa per risanare i conti.
La competitività della squadra ne ha, ovviamente, risentito: il suo primo Milan ha conquistato uno scudetto ed una supercoppa italiana. L'ultimo ha strappato faticosamente la qualificazione agli ottavi di Champions League in un girone tutt'altro che proibitivo, ed in Serie A staziona nel lato destro della classifica.
Nel mezzo si inseriscono un secondo posto dietro la prima Juventus di Conte e la terza posizione di una squadra orfana della vecchia guardia.
Allegri è restato a Milano poco meno di quattro anni. Ma sono accadute tante di quelle cose che, in realtà, la sua esperienza meneghina sembra essere durata molto di più.
Forse, per lui, le cose sarebbero andate meglio se avesse centrato il bis tricolore, invece di cedere lo scettro alla Juventus.
Il secondo scudetto avrebbe potuto consentirgli di guidare la (comunque necessaria) rifondazione milanista, invece di subirla e ritrovarsi a dover affidare le chiavi della difesa a Bonera e Zapata.


Gli ultimi mercati sono stati portati avanti con un occhio e mezzo ai conti, e l'altro mezzo al campo. Sono arrivati molti parametri zero, a partire da Montolivo. Dove ieri c'erano Nesta e Thiago Silva, oggi ci sono Bonera, Zapata, Mexès e Silvestre. La fascia sinistra è passata dalle cure di Zambrotta a quelle di Constant. Il cervello di Pirlo è stato rimpiazzato dai muscoli di De Jong. Al posto di Ibrahimovic (uno che in Europa sparisce alla prima difficoltà, ma in Italia fa la differenza) sono arrivati la fragilità e l'immaturità di El Sharaawy e Balotelli. È stato riabbracciato il figliol prodigo Kakà, uno che, a dispetto delle tante panchine di Madrid, si sta rivelando un predicatore nel deserto nella mediocrità del Milan di oggi.
Resta da valutare che impatto potranno avere gli ultimi acquisti: Adil Rami è stato scaricato da un Valencia che galleggia a metà classifica in Spagna. Honda ed il suo numero dieci sembrano un'operazione di marketing più che un colpo di mercato. Ma il giapponese ha già giocato in Europa, pure a discreti livelli. Magari ci sa fare davvero.


Cosa può dare a questo Milan un debuttante come Clarence Seeodrf?
Dal punto di vista tattico, i piccoli accorgimenti apportati contro il Verona (ad iniziare dalla riproposizione del 4-2-fantasia) sono valsi tre punti e qualche piccolo miglioramento sul piano del gioco. Ma la strada è ancora lunga, e sarà preziosissima, per un debuttante come il tecnico olandese, l'esperienza di Mauro Tassotti.
Seedorf potrà portare quella tranquillità e quella serenità che all'ambiente rossonero servono come il pane.
La sua sfida è tutt'altro che semplice, tanto più se si pensa che l'ex Botafogo è alla sua prima esperienza in panchina e che fino all'altro giorno calcava i campi del campionato brasiliano.
Il Milan, però, è un club storicamente valido nella scelta dei tecnici debuttanti: si pensi ad Arrigo Sacchi e Fabio Capello, due signori nessuno al loro sbarco a Milano.
La Serie A, recentemente, ha bruciato due allenatori alle prime armi che non sono stati capaci di rianimare la Juventus e l'Inter: mi riferisco a Ciro Ferrara ed Andrea Stramaccioni.
C'è il felicissimo precedente di Pep Guardiola, passato dalla seconda squadra del Barcellona al tetto del mondo in un amen.
A chi somiglierà mister Clarence Seedorf?

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