
A scuola, qualche anno fa, ero “il prof che ascolta la musica di Antonella”: le ragazze ed i ragazzi avevano appena scoperto la mia passione per Lo Stato Sociale.
Il ritornello di una loro canzone mi accompagna, puntualmente, dopo ogni tornata elettorale. Già, perché anche io, come Lodo e gli altri, mi ritrovo a tifare sempre per chi perde. E devo dire che il tifo, il 20 e 21 settembre, mi è riuscito abbastanza bene: sconfitta alle elezioni comunali, sconfitta alle regionali e sconfitta al referendum confermativo.
Perché?
Rispondere a questa domanda non è semplice.
La sconfitta alle elezioni comunali di Macerata mi ha sorpreso, soprattutto per i tempi e per i risultati: era, chiaramente, possibile la vittoria del centrodestra, ma mai mi sarei aspettato una vittoria della coalizione di Sandro Parcaroli con un vantaggio di circa venti percentuali.
Sono numeri che non sostengono la mia idea di una città che, complessivamente, è stata ben amministrata, anche alla luce dei fatti accaduti negli ultimi cinque anni: dal terremoto al caso Banca Marche, dall’omicidio di Pamela Mastropietro all’attentato terroristico di Luca Traini, per finire con la pandemia.
Cambiamento e novità sono due parole che ho incontrato spessissimo in questa breve ed intensa campagna elettorale. E sono due parole che hanno premiato oltre ogni mia aspettativa la candidatura di un uomo estraneo alle vicende amministrative della città, che ad un certo punto sembrava proiettato alla candidatura in Regione o a dedicarsi a tempo pieno alla sua azienda. Ad un certo momento, la sua inesperienza in questo campo è sembrata un valore aggiunto che Narciso Ricotta non poteva avere, con il suo passato recente fatto di quasi dieci anni in Giunta con Romano Carancini.
Poco conta in questo scenario, che, numeri alla mano, Macerata Bene Comune abbia retto il colpo con l’elezione di Stefania Monteverde e che il mio risultato personale non sia disprezzabile: alle sessanta persone che hanno scritto il mio nome nella lista va un ringraziamento sentito e sincero, e la promesso che il mio (ed il nostro) impegno non finisce qui: bisogna ripartire da questa sconfitta, capirne i motivi e preparare una proposta politica che parta da un’opposizione dura e leale alla nuova maggioranza.
Il risultato delle elezioni regionali era abbastanza atteso: i cattivi risultati ottenuti dalla maggioranza uscente e l’incapacità del Partito Democratico delle Marche di costruire una coalizione ampia e discontinua rispetto alle politiche del passato hanno finito per dare un vantaggio ulteriore a chi si presentava ai blocchi di partenza già in pole position.
Ho, in minima parte, contribuito alla costruzione di una lista – Marche Coraggiose – il cui risultato elettorale è stato indubbiamente insufficiente.
Maurizio Mangialardi non si è risparmiato. Ha dato tutto se stesso in una campagna elettorale che lo ha portato a girare in lungo e largo le Marche. Devo dire, per quello che vale, che mi ha anche piacevolmente sorpreso in alcune occasioni nelle quali ho avuto la possibilità di ascoltarlo, come la chiusura della campagna elettorale a Macerata.
E, però, penso davvero che la decisione del PD di imporre il suo candidato, anche al Movimento Cinque Stelle, sia stata autoreferenziale e, alla prova dei numeri, errata. Una maggiore attenzione alle istanze degli alleati sarebbe stata gradita e, forse, necessaria: la politica non è una scienza esatta e non si fa con la calcolatrice in mano per sommare i voti di questo e quel partito. Vale la pena ricordare, però, che era in campo la figura di una personalità in grado di unire i partiti che, a Roma, sostengono Giuseppe Conte. Si è ritenuto di procedere diversamente; Sauro Longhi è stato uno spettatore interessato delle vicende elettorali ed il nuovo presidente della Regione Marche è Francesco Acquaroli.
Il referendum costituzionale è l’elezione che, forse, abbiamo vissuto come la più lontana da noi, dalle nostre vite e dalle nostre quotidianità. È un errore, penso, e presto lo scopriremo.
Si è discusso del numero dei parlamentari guidati dalla sola volontà di tagliare i privilegi e di combattere la casta, ma l’unico risultato che si è concretamente ottenuto è un taglio della rappresentanza che rischia di lasciare fette di popolazione senza rappresentanti con il grande e potenziale rischio di allontanare, ancora di più, la politica dalle nostre vite e di continuare a rappresentarla ed a descriverla come qualcosa di molto lontano e di estraneo da noi.
Si tagliano i privilegi, si cerca di contenere la spesa pubblica. Ma alcuni studi hanno quantificato in un caffè l’equivalente del risparmio di spesa prodotto dalla riforma. Ed hanno aggiunto che questo risparmio sarebbe stato più corposo e significativo se si fossero diminuiti i compensi, invece del numero di deputati e senatori.
Meno parlamentari formano, se possibile, una casta ancora più forte. Non si capisce, allora, come si possa pensare di aver combattuto la casta dei parlamentari riducendone, appunto, il numero.
La politica, non da oggi, sconta un deficit di credibilità e di autorevolezza. Invece di indagare nel profondo le cause di questi problemi si è scelta, come spesso avviene in Italia, di restare sulla superficie delle cose e di prendere la decisione più semplice, più popolare. Ma più errata, mi permetto di aggiungere.
Negli ultimi anni alcuni gruppi politici, a partire dal Movimento Cinque Stelle, hanno cavalcato in maniera strumentale il malcontento, la rabbia e la delusione di tante persone proponendo (non) soluzioni per risolvere i tanti problemi del nostro paese. Il referendum dello scorso settembre è l’ultimo passaggio di un viaggio che speriamo sia ancora breve: il paese non riparte con gli slogan, ma con la politica scritta e praticata con la “P” maiuscola.
Molto azzeccato e condivisi ile
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