31/01/21

Un mondo giusto ha un cuore Rosso e Verde: il mio intervento al congresso nazionale di Sinistra Italiana


Care compagne, cari compagni,
parlo da Macerata, una piccola o media città che nelle Marche che, fino a poco fa, forse poche e pochi di voi conoscevano.
Poi due anni fa, più o meno di questi tempi, questa città è stata vittima dell’attacco fascista di un ragazzo che si chiama Luca Traini e che è andato in giro con la macchina sparando alle ragazze ed ai ragazzi di colore. Era il 3 febbraio 2018 e la settimana seguente, invece, Macerata avrebbe ospitato una splendida e partecipata manifestazione antifascista ed antirazzista.
Nelle ultime elezioni amministrative sono cambiate le amministrazioni comunali e regionali: il Sindaco è una figura indipendente, ma molto vicina alla Lega, mentre il Presidente della Giunta regionale è un esponente di Fratelli d’Italia di cui si è parlato in campagna elettorale per una vera o presunta partecipazione ad una cena che celebrava la ricorrenza della Marcia su Roma.
Da quel momento e negli ultimi mesi, le Marche sono state troppe volte al centro della cronaca e della politica nazionale per una serie di fatti spiacevoli: dopo aver vinto le elezioni, il Sindaco e Matteo Salvini si sono affacciati dal balcone del Comune come se fosse il terrazzo di casa loro; abbiamo avuto le parole del vicario del Vescovo contro l’aborto ed a favore della Polonia e della sua legislazione in tema di aborto; abbiamo avuto le altrettanto gravi affermazioni secondo cui, anche in tempi di pandemia, i loro profitti vengono prima delle nostre vite; abbiamo avuto un probabile femminicidio in provincia, su cui le autorità competenti stanno ancora indagando; Macerata ha chiuso il progetto di accoglienza di migranti ed ha abbandonato il Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace perché i 600,00 € annui da pagare per l’iscrizione rappresentano un impegno troppo gravoso per le casse comunali.
Dico questo perché quando parliamo di noi non dobbiamo mai dimenticare di alzare lo sguardo e vedere chi e cosa abbiamo intorno a noi. Oggi abbiamo a che fare con questa destra, contro cui è necessario, ma non sufficiente, unire tutte le forze per cercare massima alleanza possibile. Condivido ed apprezzo, quindi, il riferimento al documento congressuale che fa riferimento al rinnovato bipolarismo.
La pandemia ha portato in primo piano alcuni temi che ci stanno a cuore, come il ruolo dello Stato nel sistema economico: abbiamo visto che il libero mercato, da solo, tutela gli interessi dei pochi a svantaggio di quello dei tanti, alimentando una serie di disuguaglianze che appaiono sempre più insopportabili.
Non sono ancora ben chiari i confini della crisi che stiamo vivendo. Credo, però, che ne usciremo solo riconoscendo più diritti a tutte e tutti: diritti civili ed individuali e diritti sociali e collettivi, evitando una sterile ed inutile contrapposizione perché non esiste alcuna graduatoria dei diritti.
Parlare di diritti sociali significa diritto al lavoro, perché è sul lavoro che si fonda la nostra Repubblica.
Significa diritto al reddito per assicurare a tutte e tutti un’esistenza dignitosa e liberare dal ricatto del lavoro precario e povero (di salari, di stipendi e di diritti).
Parlare di diritti civili significa, come minimo, difendere i diritti acquisiti grazie alle lotte ed alle battaglie degli anni passati. L’attacco all'autodeterminazione (che nella nostra Regione nelle ultime settimane sta diventando sempre più forte) delle donne non è un fatto che riguarda solo le donne, ma tocca tutti. L'IVG è sancita da una legge dello Stato che come tale va rispettata ed applicata e la politica ha il compito di creare le condizioni affinché maternità e paternità siano scelte libere e consapevoli e mai obbligate per una mancanza di alternative. Diritti civili significa diritto alla promozione ed alla tutela della salute di tutte e di tutti con un Servizio Sanitario Nazionale universale, pubblico e finanziato con la fiscalità generale.
Abbiamo visto in questi mesi quanto sia importante il ruolo del pubblico in settori come la sanità, l’istruzione e la mobilità e quanto sia importante, oggi, investire denaro ed idee su questi temi. Il Recovery plan è l’occasione di costruire una società più giusta e più equa; segna una cesura importante con le politiche economiche messe in campo negli ultimi anni dall'Unione europea, ma bisogna lavorare ancora per chiudere definitivamente il capitolo dell’austerità. Da insegnante precario, mi chiedo e vi chiedo: facciamo nostra la battaglia contro le classi pollaio, chiedendo un numero massimo di 15 o 20 ragazze e ragazzi per classe?
La sinistra dovrebbe essere capace di rappresentare un’alternativa allo status quo. Quando lo status quo entra in crisi, la sinistra dovrebbe viaggiare col vento in poppa. Eppure, così non è stato in questi anni e su questo dovremmo fare autocritica senza, però, smettere di guardare avanti verso il futuro.
Abbiamo una nuova possibilità di ripartire. Va bene Equologica come un tentativo di allargare la partecipazione a compagne e compagni che abbiamo già incontrato in passato o con cui per la prima volta incrociamo il percorso. Penso, però, che Liberi e Uguali, pur con tutte le sue criticità, sia il punto di partenza più avanzato che abbiamo nella costruzione di una sinistra di governo.
Resto dell'idea che il punto di arrivo debba essere un unico soggetto politico che sappia ascoltare, confrontarsi e dialogare con tutte e tutti, al suo interno ed all'esterno. Un soggetto pubblico che dia più forza alle nostre idee e che consenta di chiudere la stagione delle tante liste differenti che ci hanno visto partecipare alle elezioni: alla lunga i contenitori differenti che abbiamo costruito ed abbandonato ci hanno fatto perdere credibilità, riconoscibilità e consensi.
Chiudo inviando la solidarietà della federazione di Macerata alle compagne ed ai compagni di Brescia per quanto accaduto nella loro assemblea precongressuale. L’antifascismo e lotta ai neofascismi devono continuare ad essere al centro della nostra agenda politica.

30/01/21

Autodeterminazione delle donne e sostituzione etnica: trova l'intruso


Quando fanno opposizione, come a Roma, le destre dicono che le priorità sono altre, se la maggioranza propone ed approva leggi di civiltà, come il ddl Zan o la sostanziale cancellazione dei decreti Salvini.
Quando governano, come ad Ancona, le destre discutono di diritti civili come se la pandemia fosse un tema esclusivamente nazionale, e lo fanno con il tentativo di riportare le lancette dell’orologio indietro nel tempo.
Nell'ultima seduta del Consiglio regionale, Manuela Bora (a cui va la nostra solidarietà per la triste vicenda di cronaca di cui è stata suo malgrado protagonista qualche giorno fa) ha presentato una mozione per chiedere che il diritti previsti dalla legge 194 siano effettivamente e concretamente garantiti anche nella nostra Regione.
La mozione, respinta, è l'ulteriore episodio di una diatriba aperta dall'assessora regionale alle Pari Opportunità Giorgia Latini, con le sue dichiarazioni antiabortiste di qualche settimana fa che mettono in discussione, fra equivoci creati ad hoc, una storia di conquiste delle donne e della civiltà, sviando anche il discorso sugli obiettori di coscienza.
A quelle parole hanno risposto, in primis, le donne, rivendicando l'autodeterminazione sui loro corpi e coscienze come fonte della legge sulla interruzione volontaria della gravidanza. Ma la legge 194 è una legge articolata, che non parla solo di IVG, e le donne si battono per la sua piena e totale applicazione.
Chiedono che l’interruzione volontaria delle gravidanza sia prevista secondo tutte le modalità e le procedure possibili. La decisione di vietare la somministrazione della pillola abortiva nei consultori può anche essere corretta dal punto di vista giuridico, ma sostanzialmente finisce per essere un ulteriore ostacolo lungo una strada di per sé tutt'altro che semplice: l’interruzione volontaria di una gravidanza è un fatto che va rispettato e che non merita il baccano scatenato da questa classe politica.
Chiedono l’adozione, sul fronte educativo, informativo e preventivo, di misure che possano far arrivare ad una maternità ed una paternità realmente libere e responsabili.
E chiedono, soprattutto, la parità salariale a parità di lavoro, un lavoro stabile contro la precarietà e il part – time involontario, il riconoscimento del lavoro di cura anche ai fini previdenziali, per migliorare la qualità dell'assistenza per le tante donne anziane ospiti delle residenze.
Spiace, poi, che, proprio in prossimità della Giornata della Memoria, si sia mischiato questo tema con argomenti che nulla hanno in comune con la legge 194: a chi parla, con sgradevoli ed irricevibili richiami alle legge razziali, di difesa dell’identità nazionale e di sostituzione etnica, rispondiamo che, numeri alla mano, sono di più le italiane e gli italiani che vanno all’estero dei migranti che arrivano in Italia. E riteniamo che l’incontro di culture differenti sia un insostituibile elemento di crescita di una comunità: l’inclusione dei migranti va guidata saggiamente partendo dal presupposto che l’incontro con la diversità arricchisce. Sbaglia, a nostro avviso, chi vede nell'«altra» e nell’«altro» una minaccia o un pericolo.
Disoccupazione (anche giovanile), precarietà, lavoro povero e futuro incerto spingono tante ragazze e tanti ragazzi a costruire il loro futuro all’estero, in cerca di quelle possibilità che in Italia sembrano precluse. Una politica realmente vicina ed attenta ai bisogni delle persone dovrebbe mettere tutto questo al centro della sua agenda.
"Trovo assurdo che molti dei miei colleghi repubblicani sostengano che il governo federale dovrebbe immischiarsi meno nella vita delle persone, che dovrebbe essere meno interventista, tranne quando si parla del corpo delle donne e delle importantissime scelte che queste devono prendere. In questo caso siamo noi a dire che il governo non dovrebbe immischiarsi e dovrebbe lasciare che siano le donne a decidere per loro stesse": le parole del senatore democratico Bernie Sanders fissano come meglio non si potrebbe fare i limiti entro i quali deve mantenersi la politica: sui corpi delle donne decidono le donne ed ogni tentativo di limitarne la libertà è semplicemente antistorico.

10/01/21

Le case e le cose che bruciano


Cosa accade se si cerca rapidamente “Andiamo a bruciargli la casa” su Google?
Succede che il primo risultato, quello più popolare e con più click, è un meme che riprende una lezione di Alessandro Barbero, docente di Storia molto popolare nel web e che ha il merito di aver avvicinato ed incuriosito tante ragazze e tanti ragazzi alla sua materia.
Oggi, “Andiamo a bruciargli la casa” è un’espressione di cui parla la politica marchigiana. Il merito, o la colpa, è un cartello trovato in un consultorio a Macerata che recita proprio queste parole, verosimilmente rivolte all’assessora Giorgia Latini.
Rifiutiamo ogni tipo di violenza, a partire da quella verbale, che è forse la più importante perché rischia di trasformare le parole violente in fatti violenti. La solidarietà all’assessora ed al presidente Acquaroli è, dunque, scontata, ma non per questo meno sentita e sincera.
Chi ha scritto quel cartello ha davvero intenzione di bruciare la casa dell’assessora Latini? Noi, in verità, crediamo di no. Crediamo che quel cartello sia una citazione proprio di Alessandro Barbero e lo crediamo anche per quel “bruciargli” che non appartiene a chi è particolarmente sensibile al tema del linguaggio di genere.
Si apre, però, un tema che ha a che fare con la capacità di movimenti e collettivi di utilizzare un linguaggio che sappia essere davvero inclusivo e che sappia accogliere sensibilità diverse che, però, condividono la stessa battaglia.
Alcuni comportamenti finiscono per concedere un alibi alla classe dirigente di turno, che si concentra sul fatto particolare ignorando le richieste generali. Così, nessuna/o parla della difficile autodeterminazione delle donne nelle Marche, mentre tutte/i discutono di un cartello.
La piena attuazione della legge 194 resta sempre più lontana. Ed è su questo che gradiremmo si concentrassero le attenzioni dell’assessora Latini e della Giunta tutta.

05/01/21

Priorità alla scuola. Quale?


Le politiche economiche votate all’austerità volute dall’Unione Europea hanno evidentemente colpito il settore pubblico: i tagli alle spesa pubblica (o, comunque, i finanziamenti insufficienti) hanno portato enormi difficoltà per la sanità nella gestione della pandemia, per i trasporti (soprattutto nelle grandi città) e per la scuola e l’università a garantire il diritto costituzionale allo studio.
“Andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori” sono alcuni slogan che ci hanno fatto compagnia nella prima ondata della pandemia. I comportamenti individuali virtuosi, comunque imprescindibili, necessitano di essere supportati e sostenuti da una politica chiara e forte, che sappia tracciare la direzione da seguire, gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti da utilizzare per realizzare gli scopi fissati.
Quante parole sono state pronunciate sulla scuola in questi mesi? Sembrerebbero parole gridate al vento, visto che il 7 gennaio è sempre più vicino e l’Italia si avvicina a questa data come un’armata Brancaleone incapace di restare coesa e guidata, per quel che le compete, da una Ministra che sa dire tre o quattro cose come un disco rotto: la scuola deve riaprire il 7 gennaio; la scuola è un luogo sicuro; la scuola ha già dato parecchio in questi mesi per frenare i contagi. Tutto, o quasi, vero, ma la politica ha bisogno di altro oltre qualche slogan, soprattutto in mesi complicati come questi.
La gestione della pandemia inizia ad essere stanca e raffazzonata. È ancora presto per valutare a pieno gli effetti di un decreto Natale dalle maglie ampie ed ambigue sui numeri dei contagi. Eppure i casi positivi si assestano ancora sulla decina di migliaia al giorno ed alcune Regioni registrano un’elevata incidenza dei tamponi positivi su quelli globalmente effettuati ed un indice Rt pericolosamente vicino alla soglia dell’unità, oltre la quale la gestione della curva diventa complicata.
Senza voler approfondire la tematica – comunque non secondaria né irrilevante – dei trasporti, ha davvero senso riaprire le scuole secondarie in questo scenario sanitario precario?
Ragazze e ragazzi hanno pagato un prezzo altissimo alla pandemia: sia a marzo che ora, la scuola è stata la prima realtà ad essere sacrificata con l’improvvisazione (prima) e l’implementazione (poi) della didattica a distanza (prima) e digitale integrata (poi).
Nulla può sostituire la didattica in presenza, anche e soprattutto per l’aspetto relazione dell’educazione e della formazione che resta imprigionato nello schermo del computer, del tablet o dello smartphone dietro cui si spiega o si ascolta una lezione.
E, però, il ritorno a scuola deve essere sicuro e duraturo: che senso avrebbe riaprire il 7 gennaio per trovarsi nuovamente a casa il 7 febbraio? Siamo davvero in grado di garantire una ripartenza in sicurezza (che non significa a rischio zero) della scuola? Se così non è, quali sono i motivi? Dove sono finiti, ad esempio, i fondi stanziati dal Governo per potenziare i trasporti? È davvero possibile e conveniente parlare di doppia turnazione e di ingressi ed uscite scaglionati? Come si intende garantire l’idonea areazione delle aule?
Se, come spesso si dice, la politica deve guardare al futuro, i suoi occhi devono posarsi prima di tutto sul luogo in cui si costruisce il domani della società: la scuola. Qualità e necessarie innovazioni della didattica, classi pollaio, precariato, rinnovamento del corpo docente e, più in generale, ciò di cui la scuola ha bisogno sono temi che entrano poco e male nel dibattito pubblico.
Più che ad immaginare il futuro, la politica dei giorni d’oggi appare tristemente e pericolosamente ancorata al presente e priva di idee da portare avanti nel medio termine. È incapace di guardare oltre la punta del proprio naso e distante dai sentimenti del popolo, al punto da ipotizzare una crisi di governo durante una pandemia.
Ecco, se questo è lo spettacolo offerto dalla politica non stupisce – purtroppo – il modo in cui viene considerata la scuola, che diventa – nei fatti – l’ultima ruota del carro. Di più: mentre in alcune zone d’Italia, comprese le Marche, il ritorno sui banchi slitta a fine mese e tutto tace relativamente agli altri luoghi culturali fortemente penalizzati dalla pandemia (cinema, musei, teatri, associazioni), riparte la discussione sulle piste da sci.
L’aria di montagna, evidentemente, uccide il Covid ed ha il merito di far emergere chiaramente le priorità della classe dirigente. Mirco Carloni, vicepresidente della Regione Marche, ha avuto il merito di aver lasciato da parte l’ipocrisia e di essere stato chiaro: aprire le scuole mentre continuano le restrizioni alle attività economiche è una scelta contraddittoria, dunque utilizziamo la didattica a distanza per non sfasciare del tutto il sistema economico.
Priorità alla scuola? Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.