
Le politiche economiche votate all’austerità volute dall’Unione Europea hanno evidentemente colpito il settore pubblico: i tagli alle spesa pubblica (o, comunque, i finanziamenti insufficienti) hanno portato enormi difficoltà per la sanità nella gestione della pandemia, per i trasporti (soprattutto nelle grandi città) e per la scuola e l’università a garantire il diritto costituzionale allo studio.
“Andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori” sono alcuni slogan che ci hanno fatto compagnia nella prima ondata della pandemia. I comportamenti individuali virtuosi, comunque imprescindibili, necessitano di essere supportati e sostenuti da una politica chiara e forte, che sappia tracciare la direzione da seguire, gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti da utilizzare per realizzare gli scopi fissati.
Quante parole sono state pronunciate sulla scuola in questi mesi? Sembrerebbero parole gridate al vento, visto che il 7 gennaio è sempre più vicino e l’Italia si avvicina a questa data come un’armata Brancaleone incapace di restare coesa e guidata, per quel che le compete, da una Ministra che sa dire tre o quattro cose come un disco rotto: la scuola deve riaprire il 7 gennaio; la scuola è un luogo sicuro; la scuola ha già dato parecchio in questi mesi per frenare i contagi. Tutto, o quasi, vero, ma la politica ha bisogno di altro oltre qualche slogan, soprattutto in mesi complicati come questi.
La gestione della pandemia inizia ad essere stanca e raffazzonata. È ancora presto per valutare a pieno gli effetti di un decreto Natale dalle maglie ampie ed ambigue sui numeri dei contagi. Eppure i casi positivi si assestano ancora sulla decina di migliaia al giorno ed alcune Regioni registrano un’elevata incidenza dei tamponi positivi su quelli globalmente effettuati ed un indice Rt pericolosamente vicino alla soglia dell’unità, oltre la quale la gestione della curva diventa complicata.
Senza voler approfondire la tematica – comunque non secondaria né irrilevante – dei trasporti, ha davvero senso riaprire le scuole secondarie in questo scenario sanitario precario?
Ragazze e ragazzi hanno pagato un prezzo altissimo alla pandemia: sia a marzo che ora, la scuola è stata la prima realtà ad essere sacrificata con l’improvvisazione (prima) e l’implementazione (poi) della didattica a distanza (prima) e digitale integrata (poi).
Nulla può sostituire la didattica in presenza, anche e soprattutto per l’aspetto relazione dell’educazione e della formazione che resta imprigionato nello schermo del computer, del tablet o dello smartphone dietro cui si spiega o si ascolta una lezione.
E, però, il ritorno a scuola deve essere sicuro e duraturo: che senso avrebbe riaprire il 7 gennaio per trovarsi nuovamente a casa il 7 febbraio? Siamo davvero in grado di garantire una ripartenza in sicurezza (che non significa a rischio zero) della scuola? Se così non è, quali sono i motivi? Dove sono finiti, ad esempio, i fondi stanziati dal Governo per potenziare i trasporti? È davvero possibile e conveniente parlare di doppia turnazione e di ingressi ed uscite scaglionati? Come si intende garantire l’idonea areazione delle aule?
Se, come spesso si dice, la politica deve guardare al futuro, i suoi occhi devono posarsi prima di tutto sul luogo in cui si costruisce il domani della società: la scuola. Qualità e necessarie innovazioni della didattica, classi pollaio, precariato, rinnovamento del corpo docente e, più in generale, ciò di cui la scuola ha bisogno sono temi che entrano poco e male nel dibattito pubblico.
Più che ad immaginare il futuro, la politica dei giorni d’oggi appare tristemente e pericolosamente ancorata al presente e priva di idee da portare avanti nel medio termine. È incapace di guardare oltre la punta del proprio naso e distante dai sentimenti del popolo, al punto da ipotizzare una crisi di governo durante una pandemia.
Ecco, se questo è lo spettacolo offerto dalla politica non stupisce – purtroppo – il modo in cui viene considerata la scuola, che diventa – nei fatti – l’ultima ruota del carro. Di più: mentre in alcune zone d’Italia, comprese le Marche, il ritorno sui banchi slitta a fine mese e tutto tace relativamente agli altri luoghi culturali fortemente penalizzati dalla pandemia (cinema, musei, teatri, associazioni), riparte la discussione sulle piste da sci.
L’aria di montagna, evidentemente, uccide il Covid ed ha il merito di far emergere chiaramente le priorità della classe dirigente. Mirco Carloni, vicepresidente della Regione Marche, ha avuto il merito di aver lasciato da parte l’ipocrisia e di essere stato chiaro: aprire le scuole mentre continuano le restrizioni alle attività economiche è una scelta contraddittoria, dunque utilizziamo la didattica a distanza per non sfasciare del tutto il sistema economico.
Priorità alla scuola? Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
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