Un emendamento alle legge di bilancio presentato nei giorni scorsi ha fatto molto discutere. Chi, nel mondo dell’informazione e della politica, non condivide questa proposta l’ha semplificata parlando di patrimoniale in termini denigratori, ma la realtà è che il testo dell’emendamento è ben più articolato.
Nicola Fratoianni e Matteo Orfini sono i primi firmatari di questo emendamento. Al momento della sua presentazione è stato bocciato dalla commissione bilancio per mancanza di coperture. Il ricorso contro questa ingiusta esclusione è stato vinto. Tuttavia, il parere contrario del Governo ha convinto i proponenti a ritirare l’emendamento che, dunque, non fa attualmente parte della discussione parlamentare.
Attorno a questo tema è stata fatta molta confusione, che ha portato a parlarne poco e male. Oggi, dunque, proviamo a mettere ordine e fare chiarezza: questa scelta ci è costata degli insulti sui social che, come spesso accade, hanno colpito soprattutto le donne. A Serena, dunque, va un grande abbraccio da tutte e tutti noi.
Questa proposta non è stata accolta benissimo dai grandi gruppi editoriali né da gran parte del mondo politico: secondo alcuni esponenti delle opposizioni dovremmo essere arrestati, mentre anche nella maggioranza le voci favorevoli sono state troppo poche. Nicola Zingaretti ha derubricato ad iniziativa personale le adesioni delle deputate e dei deputati del Partito Democratico, mentre nel Movimento Cinque Stelle l’unica voce a favore dell’emendamento che ho ascoltato è quella di Andrea Colletti in un’intervista al Manifesto di qualche settimana fa.
In Italia la parola patrimoniale è una parola tabù che evoca brutti ricordi. Penso, in particolare, al prelievo forzoso del governo Amato dei primi anni novanta. Forse per questo è complesso riuscire ad entrare nel merito della nostra proposta.
In realtà questo emendamento non ha nulla di terrificante. La maggioranza della popolazione non ha nulla da temere, ma, anzi, ha qualcosa da guadagnare. L’emendamento fa una cosa molto semplice: cerca i soldi dove stanno, cioè nella fascia più ricca della popolazione (come chiede la Costituzione).
L’emendamento è stato ritirato, ma Fratoianni ed Orfini non hanno intenzione di fermarsi: hanno già dichiarato di volerlo ripresentare in aula alla Camera, al Senato, dichiarandosi pure pronti a lavorare ad un apposito Disegno di Legge. Credo che facciano bene: da anni diciamo che il sistema tributario italiano va riformato secondo criteri di equità, giustizia e progressività. Questa proposta è un primo passo nella giusta direzione. Alcuni paesi, peraltro, lo stanno facendo: penso, in particolare alla riforma fiscale adottata dalla Spagna. Provvedimenti come questi danno un senso alla presenza delle forze di sinistra al governo. Ricordo un’intervista di Nicola Fratoianni al Riformista di qualche mese fa il cui titolo dice tutto: “che guaio se la sinistra al governo si scorda di cambiare il mondo”.
Questa proposta, secondo me, ha un ulteriore duplice merito.
Astrattamente, afferma un principio di giustizia fiscale secondo cui chi ha di più deve dare di più.
Concretamente, va a trovare e recuperare nuove risorse che mai come ora sono urgenti ed importanti.
La pandemia segnala, da un lato, l’importanza dello Stato in settori chiave come la sanità e l’istruzione e, dall’altro, rivela quanto errate siano state le politiche economiche degli ultimi anni, improntate su austerità e tagli lineari alla spesa pubblica in nome dei conti pubblici da tenere in ordine.
Il risultato è che lo Stato si è trovato incapace di fronteggiare a pieno gli effetti della pandemia perché, nel tempo, è stato privato di risorse importanti ed utili.
Serve un’inversione di marcia che consenta di aumentare la capacità di spendere senza attendere le decisioni dell’Unione Europea (penso al Next Generation EU ed al dibattito sul ricorso al MES sanitario) e di individuare e definire le priorità per costruire una società più giusto.
È un compito che solo la politica può svolgere.