30/04/20

Fase 1 - bis: congiunti di tutto il mondo, uniamoci!


La conferenza stampa che Giuseppe Conte ha tenuto domenica scorsa ha aperto la fase 2 della lotta al Coronavirus.
Fin qui, attorno alle scelte di “Giuseppi” si è percepito un consenso abbastanza forte. Perché? Probabilmente perché, tutto sommato, erano decisioni attese e metabolizzate. Non è mai mancata, poi, una certa consapevolezza delle difficoltà di un momento che le generazioni future leggeranno nei libri di storia.
Si riteneva che, da lunedì 4 maggio, sarebbe partita la fase 2. Sarà effettivamente così, ma l’impressione è che l’approccio sia troppo timido.
La quarantena è stata accettata bene, nella misura in cui si sono registrate poche infrazioni alle norme contenute nei vari decreti. Restare a casa comporta indubbiamente enormi sacrifici. Si è detto tantissimo dell’impatto economico del Coronavirus. Si è parlato meno della sfera sociale ed individuale.
Domenica Conte è apparso, forse per la prima volta, confuso e poco chiaro nella presentazione dei punti salienti del DPCM.
Ad una prima, parziale, riapertura del tessuto produttivo, non appaiono seguire chiaramente analoghi allentamenti relativamente all’aspetto sociale delle nostre vite.
Sin dai minuti immediatamente seguenti la fine della conferenza stampa, si è discusso molto sul significato di “congiunto” e di “relazione stabile”.
Pur con tutti i rischi del caso, un pezzo dell’apparato produttivo italiano si rimette in moto. Un’ulteriore prosecuzione del lockdown potrebbe colpire ancora più duramente il nostro Prodotto Interno Lordo e, più in generale, la nostra economia. A fronte di ciò, non appaiono ben chiari i limiti entro i quali si estende l’allentamento del distanziamento sociale nelle prossime settimane. Quando le norme sono poco chiare, la loro interpretazione può finire per essere ingiustamente troppo discrezionale. Chi sono i “congiunti”? Chi definisce la stabilità di una relazione? E di quali relazioni si parla? Amore? Amicizia? Insisto: non si tratta – citando le parole di Conte – di organizzare party privati. Credo che tutte e tutti noi usciremo di casa con un approccio diverso da quello con cui siamo metaforicamente entrati ad inizio marzo. Siamo, in qualche maniera, cambiati. Mi chiedo a quale pericolo si va incontro se, con tutte le precauzioni del caso, si mangia una pizza a casa di un’amica o di un amico.
È un cedimento culturale a chi, nelle settimane passate, si indignava per una corsa in solitaria di troppo? È un’amichevole e tranquillizzante pacca sulla spalla a Confindustria che, nei giorni scorsi, ha denunciato la presenza di un presunto clima ostile agli industriali? Sto, semplicemente, esagerando?
Va detto che, al netto delle discutibili scelte politiche, la Regione Lombardia – la più colpita dal Coronavirus – è anche quella in cui, in queste settimane, hanno continuato a lavorare molte imprese. Coincidenze?

20/04/20

Ora e sempre 25 Aprile


Entriamo nella settimana del 25 Aprile. Sabato, com’è noto, celebriamo la Liberazione del paese dalla dittatura nazifascista. La Resistenza italiana è il seme su cui, di lì a poco, sarebbe nata la Repubblica.
Ho frequentato l’Istituto Tecnico Commerciale e, contrariamente a quanto si possa pensare in un percorso di studi tecnico, la Storia – soprattutto quella del Novecento – è stata una delle mie materie preferite.
Penso spesso ad una famosa canzone di De Gregori: la storia dà torto e dà ragione e non si ferma davanti ad un portone.
La data del 25 Aprile 1945 chiude, di fatto, il fronte italiano della Seconda Guerra Mondiale. Distingue i vincitori dai vinti: la democrazia (con tutte le sue sfaccettature) da una parte e la dittatura nazifascista dall’altra.
Sicuramente non viviamo nel migliore dei mondi possibile. Dubito, però, che l’Europa nazista che avremmo avuto con la vittoria della Germania sarebbe un posto migliore di questo. Insomma: dobbiamo ringraziare l’Armata Rossa per il suo contributo fondamentale alla conclusione positiva del conflitto? Sì, penso di sì. E dobbiamo, per questo, appoggiare e sostenere acriticamente la figura di Stalin? No, penso di no: la storia, la politica, la realtà non sono campi di calcio nei quali si tifa una squadra. Vanno sempre lette con gli occhiali della complessità. L’antifascismo è un campo differente e più grande del comunismo: è la democrazia. Il Comitato di Liberazione Nazionale era formato da rappresentanti di partiti ideologicamente e culturalmente differenti: dal Partito Comunista Italiano alla Democrazia Cristiana, dal Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria al Partito Liberale Italiano, dal Partito d'Azione al Partito Democratico del Lavoro.
La sterile contrapposizione tra comunismo e fascismo fa il gioco dei revisionisti e di chi vuole sminuire il significato e l’importanza del 25 Aprile. Da alcuni anni a questa parte, è in atto un tentativo di riconsiderare questa ricorrenza definendola come una data di parte, che dividerebbe. È un’operazione che parte da alcuni settori della destra italiana, ma che ha trovato terreno fertile in luoghi inaspettati. Penso, in particolare, al revisionismo portato avanti in alcune opere da Giampaolo Pansa.
Tutti gli anni, in questi giorni, la destra italiana sembra rivendicare orgogliosamente i suoi distinguo dal 25 Aprile. Queste polemiche non si sono fermate neanche in piena emergenza Coronavirus: Ignazio La Russa, attuale vice Presidente del Senato e già Ministro della Difesa, ha proposto di dedicare il 25 Aprile 2020 proprio alle vittime del Coronavirus e di cantare la canzone del Piave per ricordare i caduti di tutte le guerre.
Ogni commento appare superfluo; può, però, valere la pena ragionare su come si possa rispondere a quella che, a tutti gli effetti, suona come una provocazione da rispedire al mittente.
In primo luogo, serve studiare la Storia. La conoscenza e lo studio sono bussole fondamentali per non perdersi in un mondo che sembra confondere i fatti con le idee.
In secondo luogo, bisogna festeggiare, ora e sempre, il 25 Aprile come una data fondante della nostra storia e cantare Bella Ciao. Quest’anno non sarà possibile farlo in piazza, quindi ci troveremo nei nostri balconi per un ideale abbraccio virtuale. Sarà diverso, ma sarà ugualmente bello ed importante.
La festa della Liberazione e quella della Repubblica, il 25 Aprile ed il 2 Giugno, sono due appuntamenti che dovrebbero davvero unire tutte e tutti.
A chi sostiene che il 25 Aprile sarebbe una ricorrenza divisiva, mi viene da replicare, come ho letto spesso nei social, che il 25 Aprile divide gli antifascisti dai fascisti; chi si riconosce nella democrazia e chi continua a rimpiangere la pagina più buia e triste della nostra storia.
Vittorio Foa e Giorgio Pisanò sono stati protagonisti della Resistenza nei due campi avversi: partigiano del PdA e rappresentante del CLN il primo, repubblichino nella X Flottiglia MAS il secondo. Terminata la guerra, i due si sono ritrovati in Parlamento: il primo nelle liste del Partito Socialista Italiano ed il secondo in quelle del Movimento Sociale Italiano.
La verità, forse, è che il senso ed il significato più profondo della Resistenza e della Liberazione sono scritti nelle poche parole pronunciate da Foa a Pisanò: “abbiamo vinto noi e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o in galera.”

17/04/20

#delusioneMentana


La qualità di una democrazia dipende anche dalla presenza di un’informazione capace di essere una spina sul fianco della politica e di non fermarsi alle apparenze, ma, al contrario, di approfondire ed indagare.
In un paese che legge poco ed è ancora attraversato da un significativo divario digitale, buona parte dell’informazione passa attraverso il canale televisivo.
L’informazione televisiva italiana degli ultimi anni è stata caratterizzata dal duopolio tra Rai e Mediaset. Un duopolio dai tratti monopolistici, in cui, a volte, è stato difficile individuare la fine dell’uno ed il principio dell’altro.
La nascita e l’ascesa di La7 hanno rappresentato, per alcuni aspetti, una boccata d’aria fresca. Urbano Cairo ha spinto l’acceleratore sull'informazione. Giornalisti come Giovanni Floris e Corrado Formigli hanno lasciato la Rai per abbracciare questo progetto.
Se si parla di La7 ed informazione, è impossibile non parlare di Enrico Mentana e del suo seguito ed apprezzato telegiornale delle 20:00. Le sue maratone, poi, sono diventate un appuntamento imperdibile che ci tiene compagnia praticamente in tutte le elezioni, comprese le primarie democratiche per la scelta del candidato che sfiderà Donald Trump. In queste occasioni, l’entusiasmo e la gioia di “Chicco” per quello che sta facendo appaiono tangibili: sembra un bambino entusiasta in un negozio di giocattoli.
Negli anni, dunque, Enrico Mentana è diventato un punto di riferimento nell'informazione italiana. Ha, nella sostanza, rappresentato il servizio pubblico più e meglio di chi il servizio pubblico dovrebbe farlo ogni giorno. Mi viene in mente l’assurda e sterile polemica di Bruno Vespa contro le ONG, invitate a salire a bordo dell’emergenza quando, in realtà, sono già in prima linea nella lotta al Coronavirus.
È per questo, forse, che nei social è esploso il malcontento ed un pizzico di delusione per quanto è accaduto venerdì scorso. In breve: all'accordo raggiunto dai Ministri delle Finanze dell’Unione europea, è seguita la risposta sguaiata e scomposta di Lega e Fratelli d’Italia. Giuseppe Conte, in conferenza stampa, ha accusato Matteo Salvini e Giorgia Meloni di diffondere fake news. Enrico Mentana ha dichiarato che non avrebbe trasmesso quella parte di conferenza stampa, se avesse saputo che sarebbe stato terreno di polemica politica.
Penso che il primo compito dell’informazione sia quello di raccontare i fatti. I fatti, poi, possono piacere o non piacere. Possono essere, o meno, condivisi e condivisibili. Però vanno raccontati, così da permettere a tutte e tutti noi di capire e di elaborare le nostre idee.
La sola idea che Mentana possa, in qualche maniera, essere un censore è stata una delusione enorme per chi ritiene, lui ed il suo TG, una fonte di informazione attendibile ed autorevole. E l’intervento di lunedì sera non ha contribuito a migliorare la situazione né a fare chiarezza su una vicenda triste.
Si è detto molte volte che, quando si ripartirà, si dovrà fare attenzione a non ripetere gli errori del passato. Ecco: io penso che una delle cose da ripensare sia il ruolo dello Stato nel mondo dell’informazione. È un tema che riguarda maggiormente la carta stampata, ma penso sia necessario che, in un futuro auspicabilmente non troppo lontano, si torni a discutere di un sostegno pubblico all'editoria.

13/04/20

Prima la salute


Colpiscono e non possono lasciare indifferenti le dichiarazioni di Claudio Schiavoni, Presidente di Confindustria Marche.
Siamo nel pieno di un’imponente emergenza sanitaria, e non solo. Non sembra questo, dunque, il tempo delle fughe in avanti e delle polemiche.
Arriverà sicuramente il tempo della riapertura, che auspichiamo graduale e sicura. A questo proposito, pochi giorni fa il Presidente del Consiglio ha annunciato la costituzione di una task force che lavorerà proprio alla cosiddetta “fase 2”.
Tutte e tutti noi aspettiamo il giorno in cui potremo, seppur gradualmente, uscire di casa e riprendere alcune delle attività che abbiamo dovuto momentaneamente abbandonare per prevenire e combattere la diffusione del virus. Ma non si dovrà “ricominciare come prima”, cioè senza garanzie e tutele per i lavoratori.
La necessità di riprendere il lavoro (senza dimenticare quelli che non hanno mai potuto smetterlo, né porsi in sicurezza), non deve in alcun modo lasciare spazio ad atteggiamenti irrazionali, poco lucidi e di egoismo sociale.
Il lockdown ha raggiunto l’obiettivo di rallentare la curva dei contagi. Tale curva, però, continua a crescere, anche se a ritmi meno sostenuti di qualche settimana fa.
I tempi per una riapertura generalizzata, anche se controllata, non sembrano ancora maturi.
È triste (e anche cinico) leggere, dalle pagine di Confindustria, di “una Schindler’s list, che decreta chi deve vivere e chi morire”. Peraltro, la fine delle vacanze di Pasqua segna un allentamento della chiusura, con la possibilità per le aziende che operano in alcuni settori di riprendere le loro attività.
Il dibattito che si è aperto in rete circa la riapertura delle librerie ci dice che, probabilmente, i sindacati colgono nel segno quando affermano che, oggi, lo sforzo comune deve concentrarsi sul contrasto alla diffusione del virus, perché la tutela della nostra salute viene prima di ogni aspetto economico. Prima ancora di quelle materiali, mancano le condizioni psicologiche e la tranquillità per pensare ad una vita “normale”.
È innegabile come ogni giorno di proroga del lockdown crei danni al tessuto sociale ed economico del paese; ma un’eventuale ripartenza dei contagi, oltre al dramma umano, ci getterebbe in un disastro economico ben peggiore. Auspichiamo, certo, che l’Unione Europea sappia rispondere a queste esigenze con proposte politiche all'altezza dei giorni difficili che stiamo vivendo. Serve, a nostro avviso, un coraggio maggiore di quello che i Ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno dimostrato nell'accordo raggiunto la settimana scorsa. Ma nessuna risposta economica può essere pagata con la salute o la vita di milioni di lavoratori.
La crisi deve, semmai, determinare una svolta radicale, per ripensare il nostro modello economico e di sviluppo, alla luce dei limiti e delle ingiustizie emersi in queste settimane.
Invitiamo tutte e tutti a leggere ed a riflettere sulle parole pronunciate da Papa Francesco: “forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”.

11/04/20

Idee contro propaganda: politica ed economia al banco di prova per un'Europa solidale


Quanto è brutta una politica perennemente litigiosa? Quanto è lontana dalle persone una politica che è incapace di mettere da parte faziosità e litigiosità anche quando la quarantena in cui siamo da ormai un mese sembra ancora lontana dall'essere finita?
Viviamo giorni assolutamente straordinari, che hanno stravolto la nostra ordinaria routine e – chi lo sa – potrebbero cambiare alcune nostre abitudini sociali. È fin troppo facile accusare la classe politica di non essersi fatta trovare pronta quando il virus è uscito dalla Cina. È un’argomentazione sterile e debole e che, in ogni caso, in giro per il mondo coinvolgerebbe partiti, donne e uomini di tutti gli schieramenti: da Giuseppe Conte a Boris Johnson, da Pedro Sánchez a Donald Trump. Insomma: il calderone è bello grande e sembra esserci spazio per tutti: da sinistra a destra, da europeisti a sovranisti.
Può valere la pena, allora, approfondire le questioni in campo e non fermarsi alle apparenze.
Restando in Italia (il primo paese occidentale ad aver affrontato il virus, con tutte le incognite e le incertezze del caso), penso che l’esecutivo si sia mosso discretamente bene. I provvedimenti presi fin qui puntano davvero a non lasciare indietro nessuno e l’approccio di Giuseppe Conte nelle trattative con i suoi colleghi dell’Unione Europea è stato corretto, a prescindere da quelli che sono e saranno i risultati che si otterranno.
Quando si esce dall'ordinario, l’opposizione ha due scelte: fare responsabilmente quadrato attorno a chi, al momento, ha l’onore e l’onere di governare il paese, o sfruttare ogni minimo passo falso ed ogni minima incertezza della maggioranza per soffiare sul fuoco dell’inevitabile incertezza e provare a lucrare una manciata in più. Spiace notare che i principali partiti che oggi siedono tra i banchi dell’opposizione – Lega e Fratelli d’Italia – hanno scelto senza indugi la seconda strada, riempendola di atti parlamentari basati su notizie che la comunità scientifica ha etichettato come fake news e di slogan vuoti e buoni solo ad alimentare paura, incertezza e confusione.
L’incontro dei Ministri delle Finanze che si è concluso ieri non è certamente sfuggito a queste dinamiche.
La realtà è complessa e chi vuole incastrarla in letture semplicistiche e banali non rende un buon servizio a nessuno, a maggior ragione quando queste superficialità partono dalla classe politica.
Si è parlato di tante cose; si è discusso di tutto senza approfondire nulla. Ed, ancora una volta, il dibattito è somigliato più ad una partita di calcio che ad un confronto politico.
Il Meccanismo europeo di stabilità (MES, anche noto come Fondo salva – Stati) è un'organizzazione intergovernativa ed internazionale il cui obiettivo è assicurare e garantire la stabilità finanziaria della zona euro. Nasce nel 2011, in seguito alle modifiche al Trattato di Lisbona approvate dal Parlamento europeo e ratificate dal Consiglio europeo.
È un fondo finanziario che concede prestiti ai paesi che li richiedono, acquistando titoli sul mercato primario. Tuttavia, tali acquisti sono subordinati a condizioni rigorose che impegnano gli Stati che ottengono tali fondi a rendere sostenibile il debito. Queste condizioni possono essere riassunte in una parola, austerità, che nasconde dietro di sé le politiche economiche che hanno dominato gli ultimi anni: i conti pubblici da riequilibrare, la spesa pubblica da tagliare ed i servizi pubblici da privatizzare e liberalizzare per fare spazio al mercato e ridurre il ruolo dello Stato.
In Italia, la ratifica del MES è stata votata da un’ampia maggioranza parlamentare, così grande da tenere dentro chi, oggi, parla di alto tradimento con riferimento all'accordo di ieri. Erano i giorni del governo Monti, sostenuto da quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, compresi il Partito democratico ed il Popolo della Libertà.
Il MES è il frutto di un accordo che è perfettamente coerente con l’Unione Europea che è stata costruita a partire dal trattato di Maastricht del 1992. Da lì in poi, infatti, nell'immaginario collettivo l’Europa è sembrata interessarsi solo ai conti, ai bilanci ed alle banche degli stati membri. Si è allontanata dai sogni e dalle idee di Altiero Spinelli, ed i partiti euroscettici, o sovranisti, hanno trovato terreno fertile per far circolare le loro idee. Oggi, però, queste idee manifestano tutta la loro insufficienza per un aspetto almeno: un’unione non può nascere dalla somma di individualismi ed egoismi. È difficile costruire una comunità se si mettono al primo posto gli interessi particolari di questo o di quel popolo: sono, infatti, i sovranisti del Nord del continente (e, più in generale, i partiti conservatori) i primi a frenare l’introduzione di strumenti e di meccanismi che potrebbero portare l’UE a compiere quel salto di qualità necessario ed indispensabile per evitarne la fine.
L’incontro dei Ministri delle Finanze dei paesi dell’UE che si è tenuto nei giorni scorsi è somigliato molto ad una partita a scacchi tra chi, da un lato, riteneva sufficiente il MES e chi, dall'altro, chiedeva e proponeva l’emissione di titoli di debito europei. L’esito è stato quello che abbiamo letto nei giornali e può essere così sintetizzato:

  • è possibile accedere ai fondi del MES, con il solo vincolo di utilizzarli per le spese sanitarie;
  • la Banca Europea degli Investimenti può concedere prestiti alle piccole e medie imprese europee;
  • è stata finanziata una sorta di cassa integrazione europea;
  • viene creato un fondo per la ripresa con cui investire nell'economia europea dopo il termine della crisi.

Un minuto dopo la pubblicazione dell’accordo, è partita, senza esclusione di colpi, la guerra tra vincitori e vinti.
L’accordo sembra andare nella direzione corretta; tuttavia alcune criticità fanno pensare che la strada giusta sia stata imboccata con troppa timidezza.
Il MES, pure se svuotato di gran parte delle sue criticità, è ancora in piedi. Ed è ancora in vigore il patto di stabilità e crescita (quello – per capirci – che impone, tra le altre cose, il rapporto tra deficit e PIL al 3%), i cui effetti sono solo temporaneamente sospesi.
Il secondo ed il terzo punto dell’accordo, in realtà, fanno riferimento a misure già adottate pochi giorni fa, mentre il finanziamento del fondo per la ripresa è tutto da discutere.
Se si vuole salvare davvero l’UE, serve di più.
Non si è più discusso e dibattuto di politica economica, per il solo e semplice motivo che l’unica politica economica possibile sembrava quella che è stata adottata ad ogni livello, dall'UE al più piccolo dei comuni italiani.
Vale la pena ricordare che l’articolo 81 della nostra Costituzione prevede l'equilibrio di bilancio tra entrate ed uscite: una modifica recente che, di fatto, mette fuori legge le politiche keynesiane che sono quelle che, invece, sono utili e necessarie in questa fase.
Bisogna abbandonare le teorie economiche liberiste e restrittive che, negli ultimi anni, sono state elevate a dogmi indiscutibili. Serve riconoscere la centralità che lo Stato può e deve avere nel sistema economico ed è necessario tornare a fornirgli tutte le leve a sua disposizione, compresa la possibilità di finanziare la spesa pubblica in deficit, come insegna Keynes.
Più di tutto, però, serve una banca centrale che faccia il suo mestiere fino in fondo: è di pochissimi giorni fa la notizia che la Bank of England finanzierà direttamente il Tesoro. Significa, in pratica, che la spesa pubblica britannica viene coperta dalla banca centrale e che la Gran Bretagna, dunque, non deve ricorrere ai mercati finanziari per recuperare il denaro necessario.
La differenza con quello che avviene nell'Unione Europea è enorme: da statuto, infatti, la Banca Centrale Europea ha il compito di monitorare l’inflazione.
Esiste, poi, una questione non indifferente né secondaria: tanti o pochi che siano e saranno i fondi a disposizione, serve avere un’idea chiara su come saranno utilizzati e su come fare in modo che tali somme arriveranno davvero nelle tasche di tutte e tutti noi per essere reinserite nel circuito economico, alimentando consumi ed investimenti.
Si è detto tante volte che un’Unione Europea senza anima non ha futuro, perché non sa essere vicina alle persone e non sa (o non vuole) farsi carico dei loro problemi.
Può sembrare un paradosso, ma il primo passo da compiere per trasformare questa UE e ricostruirne una dal volto maggiormente umano è riformare la BCE, dandole i poteri che hanno le altre banche centrali nel mondo.
La politica deve tornare a riaffermare la sua superiorità sull'economia. E deve ricordarsi, soprattutto a sinistra, che la sua funzione è quella di migliorare le condizioni materiali di vita di tutte e tutti. O la politica torna ad essere questo. O, semplicemente, non è.

06/04/20

Parole tossiche


I problemi che stiamo vivendo questi giorni non si risolveranno quando cesserà l’emergenza sanitaria, perché avremo un paese da ricostruire, ciascuno per il pezzetto di sua competenza.
Il nostro rispetto per il dolore e la preoccupazione delle donne e degli uomini in un momento drammatico come questo precede qualsiasi altra istanza.
Se è vero che questo non è il tempo della polemica, è altrettanto vero che emergenza non fa rima con abolizione del dissenso e della critica costruttiva.
Spiace, dunque, la reazione stizzita dell’Assessore Sciapichetti di fronte ai numerosi ed autorevoli dubbi che stanno emergendo in merito alla realizzazione dei cento posti letto presso il centro fiere a Civitanova Marche.
Il linguaggio non sa essere neutro. È, allo stesso tempo, forma e sostanza. Il legittimo dissenso e l'invito al dialogo e alla dialettica non possono essere derubricati a disturbo. Graziella Priulla, sociologa e già docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, parla di “parole tossiche” per inquadrare un danno grave della nostra epoca: le offese vengono spacciate per franchezza e per una presunta schiettezza nel raccontare la verità senza filtri. Ma tutto ciò non è altro che un modo per chiudere il confronto paritetico e democratico.
No, non crediamo di essere “disturbatori di professione” e riteniamo in astratto che, i primi a poter compiere qualche danno, sono coloro i quali hanno responsabilità di governo che esercitano manifestando una certa allergia alle voci critiche, pure se di un certo rilievo come quelle che sono arrivate, tra gli altri. da un ex Presidente di Regione (Vito D’Ambrosio) o da un grande sindacato quale la CGIL.
Accettiamo l’etichetta di sinistra radicale, se questo significa provare ad osservare il mondo dalla prospettiva dei più deboli e riconoscere che la radicalità dei problemi che stiamo combattendo impone scelte altrettanto radicali.
Siamo consapevoli che, come dice l’Assessore Sciapichetti, il mondo è cambiato: troppe volte, in passato, le risposte della politica non sono state all'altezza dello scenario che mutava. E proprio per questo motivo riteniamo che serva un cambio di passo: le risposte del passato, oggi, non valgono più. Ribadiamo che, già da questi giorni, lo Stato, le regioni ed i comuni – insomma: il pubblico – debbano ritrovare importanza e centralità nei processi decisionali. La stagione delle deleghe in bianco (o quasi) al privato dovrebbe essere esaurita.
Sinistra Italiana è in questo momento una forza di governo che sta contribuendo in maniera sostanziale alla risoluzione di questa emergenza e di questa crisi, qui ed oggi.
Esiste una sola possibilità affinché, davvero, nessuno rimanga indietro: uno Stato che sia nuovamente capace di ascoltare le istanze delle donne e degli uomini che ne costituiscono una comunità che sappia prendersi cura di tutte e di tutti.