Entriamo nella settimana del 25 Aprile. Sabato, com’è noto, celebriamo la Liberazione del paese dalla dittatura nazifascista. La Resistenza italiana è il seme su cui, di lì a poco, sarebbe nata la Repubblica.
Ho frequentato l’Istituto Tecnico Commerciale e, contrariamente a quanto si possa pensare in un percorso di studi tecnico, la Storia – soprattutto quella del Novecento – è stata una delle mie materie preferite.
Penso spesso ad una famosa canzone di De Gregori: la storia dà torto e dà ragione e non si ferma davanti ad un portone.
La data del 25 Aprile 1945 chiude, di fatto, il fronte italiano della Seconda Guerra Mondiale. Distingue i vincitori dai vinti: la democrazia (con tutte le sue sfaccettature) da una parte e la dittatura nazifascista dall’altra.
Sicuramente non viviamo nel migliore dei mondi possibile. Dubito, però, che l’Europa nazista che avremmo avuto con la vittoria della Germania sarebbe un posto migliore di questo. Insomma: dobbiamo ringraziare l’Armata Rossa per il suo contributo fondamentale alla conclusione positiva del conflitto? Sì, penso di sì. E dobbiamo, per questo, appoggiare e sostenere acriticamente la figura di Stalin? No, penso di no: la storia, la politica, la realtà non sono campi di calcio nei quali si tifa una squadra. Vanno sempre lette con gli occhiali della complessità. L’antifascismo è un campo differente e più grande del comunismo: è la democrazia. Il Comitato di Liberazione Nazionale era formato da rappresentanti di partiti ideologicamente e culturalmente differenti: dal Partito Comunista Italiano alla Democrazia Cristiana, dal Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria al Partito Liberale Italiano, dal Partito d'Azione al Partito Democratico del Lavoro.
La sterile contrapposizione tra comunismo e fascismo fa il gioco dei revisionisti e di chi vuole sminuire il significato e l’importanza del 25 Aprile. Da alcuni anni a questa parte, è in atto un tentativo di riconsiderare questa ricorrenza definendola come una data di parte, che dividerebbe. È un’operazione che parte da alcuni settori della destra italiana, ma che ha trovato terreno fertile in luoghi inaspettati. Penso, in particolare, al revisionismo portato avanti in alcune opere da Giampaolo Pansa.
Tutti gli anni, in questi giorni, la destra italiana sembra rivendicare orgogliosamente i suoi distinguo dal 25 Aprile. Queste polemiche non si sono fermate neanche in piena emergenza Coronavirus: Ignazio La Russa, attuale vice Presidente del Senato e già Ministro della Difesa, ha proposto di dedicare il 25 Aprile 2020 proprio alle vittime del Coronavirus e di cantare la canzone del Piave per ricordare i caduti di tutte le guerre.
Ogni commento appare superfluo; può, però, valere la pena ragionare su come si possa rispondere a quella che, a tutti gli effetti, suona come una provocazione da rispedire al mittente.
In primo luogo, serve studiare la Storia. La conoscenza e lo studio sono bussole fondamentali per non perdersi in un mondo che sembra confondere i fatti con le idee.
In secondo luogo, bisogna festeggiare, ora e sempre, il 25 Aprile come una data fondante della nostra storia e cantare Bella Ciao. Quest’anno non sarà possibile farlo in piazza, quindi ci troveremo nei nostri balconi per un ideale abbraccio virtuale. Sarà diverso, ma sarà ugualmente bello ed importante.
La festa della Liberazione e quella della Repubblica, il 25 Aprile ed il 2 Giugno, sono due appuntamenti che dovrebbero davvero unire tutte e tutti.
A chi sostiene che il 25 Aprile sarebbe una ricorrenza divisiva, mi viene da replicare, come ho letto spesso nei social, che il 25 Aprile divide gli antifascisti dai fascisti; chi si riconosce nella democrazia e chi continua a rimpiangere la pagina più buia e triste della nostra storia.
Vittorio Foa e Giorgio Pisanò sono stati protagonisti della Resistenza nei due campi avversi: partigiano del PdA e rappresentante del CLN il primo, repubblichino nella X Flottiglia MAS il secondo. Terminata la guerra, i due si sono ritrovati in Parlamento: il primo nelle liste del Partito Socialista Italiano ed il secondo in quelle del Movimento Sociale Italiano.
La verità, forse, è che il senso ed il significato più profondo della Resistenza e della Liberazione sono scritti nelle poche parole pronunciate da Foa a Pisanò: “abbiamo vinto noi e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o in galera.”

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