11/04/20

Idee contro propaganda: politica ed economia al banco di prova per un'Europa solidale


Quanto è brutta una politica perennemente litigiosa? Quanto è lontana dalle persone una politica che è incapace di mettere da parte faziosità e litigiosità anche quando la quarantena in cui siamo da ormai un mese sembra ancora lontana dall'essere finita?
Viviamo giorni assolutamente straordinari, che hanno stravolto la nostra ordinaria routine e – chi lo sa – potrebbero cambiare alcune nostre abitudini sociali. È fin troppo facile accusare la classe politica di non essersi fatta trovare pronta quando il virus è uscito dalla Cina. È un’argomentazione sterile e debole e che, in ogni caso, in giro per il mondo coinvolgerebbe partiti, donne e uomini di tutti gli schieramenti: da Giuseppe Conte a Boris Johnson, da Pedro Sánchez a Donald Trump. Insomma: il calderone è bello grande e sembra esserci spazio per tutti: da sinistra a destra, da europeisti a sovranisti.
Può valere la pena, allora, approfondire le questioni in campo e non fermarsi alle apparenze.
Restando in Italia (il primo paese occidentale ad aver affrontato il virus, con tutte le incognite e le incertezze del caso), penso che l’esecutivo si sia mosso discretamente bene. I provvedimenti presi fin qui puntano davvero a non lasciare indietro nessuno e l’approccio di Giuseppe Conte nelle trattative con i suoi colleghi dell’Unione Europea è stato corretto, a prescindere da quelli che sono e saranno i risultati che si otterranno.
Quando si esce dall'ordinario, l’opposizione ha due scelte: fare responsabilmente quadrato attorno a chi, al momento, ha l’onore e l’onere di governare il paese, o sfruttare ogni minimo passo falso ed ogni minima incertezza della maggioranza per soffiare sul fuoco dell’inevitabile incertezza e provare a lucrare una manciata in più. Spiace notare che i principali partiti che oggi siedono tra i banchi dell’opposizione – Lega e Fratelli d’Italia – hanno scelto senza indugi la seconda strada, riempendola di atti parlamentari basati su notizie che la comunità scientifica ha etichettato come fake news e di slogan vuoti e buoni solo ad alimentare paura, incertezza e confusione.
L’incontro dei Ministri delle Finanze che si è concluso ieri non è certamente sfuggito a queste dinamiche.
La realtà è complessa e chi vuole incastrarla in letture semplicistiche e banali non rende un buon servizio a nessuno, a maggior ragione quando queste superficialità partono dalla classe politica.
Si è parlato di tante cose; si è discusso di tutto senza approfondire nulla. Ed, ancora una volta, il dibattito è somigliato più ad una partita di calcio che ad un confronto politico.
Il Meccanismo europeo di stabilità (MES, anche noto come Fondo salva – Stati) è un'organizzazione intergovernativa ed internazionale il cui obiettivo è assicurare e garantire la stabilità finanziaria della zona euro. Nasce nel 2011, in seguito alle modifiche al Trattato di Lisbona approvate dal Parlamento europeo e ratificate dal Consiglio europeo.
È un fondo finanziario che concede prestiti ai paesi che li richiedono, acquistando titoli sul mercato primario. Tuttavia, tali acquisti sono subordinati a condizioni rigorose che impegnano gli Stati che ottengono tali fondi a rendere sostenibile il debito. Queste condizioni possono essere riassunte in una parola, austerità, che nasconde dietro di sé le politiche economiche che hanno dominato gli ultimi anni: i conti pubblici da riequilibrare, la spesa pubblica da tagliare ed i servizi pubblici da privatizzare e liberalizzare per fare spazio al mercato e ridurre il ruolo dello Stato.
In Italia, la ratifica del MES è stata votata da un’ampia maggioranza parlamentare, così grande da tenere dentro chi, oggi, parla di alto tradimento con riferimento all'accordo di ieri. Erano i giorni del governo Monti, sostenuto da quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, compresi il Partito democratico ed il Popolo della Libertà.
Il MES è il frutto di un accordo che è perfettamente coerente con l’Unione Europea che è stata costruita a partire dal trattato di Maastricht del 1992. Da lì in poi, infatti, nell'immaginario collettivo l’Europa è sembrata interessarsi solo ai conti, ai bilanci ed alle banche degli stati membri. Si è allontanata dai sogni e dalle idee di Altiero Spinelli, ed i partiti euroscettici, o sovranisti, hanno trovato terreno fertile per far circolare le loro idee. Oggi, però, queste idee manifestano tutta la loro insufficienza per un aspetto almeno: un’unione non può nascere dalla somma di individualismi ed egoismi. È difficile costruire una comunità se si mettono al primo posto gli interessi particolari di questo o di quel popolo: sono, infatti, i sovranisti del Nord del continente (e, più in generale, i partiti conservatori) i primi a frenare l’introduzione di strumenti e di meccanismi che potrebbero portare l’UE a compiere quel salto di qualità necessario ed indispensabile per evitarne la fine.
L’incontro dei Ministri delle Finanze dei paesi dell’UE che si è tenuto nei giorni scorsi è somigliato molto ad una partita a scacchi tra chi, da un lato, riteneva sufficiente il MES e chi, dall'altro, chiedeva e proponeva l’emissione di titoli di debito europei. L’esito è stato quello che abbiamo letto nei giornali e può essere così sintetizzato:

  • è possibile accedere ai fondi del MES, con il solo vincolo di utilizzarli per le spese sanitarie;
  • la Banca Europea degli Investimenti può concedere prestiti alle piccole e medie imprese europee;
  • è stata finanziata una sorta di cassa integrazione europea;
  • viene creato un fondo per la ripresa con cui investire nell'economia europea dopo il termine della crisi.

Un minuto dopo la pubblicazione dell’accordo, è partita, senza esclusione di colpi, la guerra tra vincitori e vinti.
L’accordo sembra andare nella direzione corretta; tuttavia alcune criticità fanno pensare che la strada giusta sia stata imboccata con troppa timidezza.
Il MES, pure se svuotato di gran parte delle sue criticità, è ancora in piedi. Ed è ancora in vigore il patto di stabilità e crescita (quello – per capirci – che impone, tra le altre cose, il rapporto tra deficit e PIL al 3%), i cui effetti sono solo temporaneamente sospesi.
Il secondo ed il terzo punto dell’accordo, in realtà, fanno riferimento a misure già adottate pochi giorni fa, mentre il finanziamento del fondo per la ripresa è tutto da discutere.
Se si vuole salvare davvero l’UE, serve di più.
Non si è più discusso e dibattuto di politica economica, per il solo e semplice motivo che l’unica politica economica possibile sembrava quella che è stata adottata ad ogni livello, dall'UE al più piccolo dei comuni italiani.
Vale la pena ricordare che l’articolo 81 della nostra Costituzione prevede l'equilibrio di bilancio tra entrate ed uscite: una modifica recente che, di fatto, mette fuori legge le politiche keynesiane che sono quelle che, invece, sono utili e necessarie in questa fase.
Bisogna abbandonare le teorie economiche liberiste e restrittive che, negli ultimi anni, sono state elevate a dogmi indiscutibili. Serve riconoscere la centralità che lo Stato può e deve avere nel sistema economico ed è necessario tornare a fornirgli tutte le leve a sua disposizione, compresa la possibilità di finanziare la spesa pubblica in deficit, come insegna Keynes.
Più di tutto, però, serve una banca centrale che faccia il suo mestiere fino in fondo: è di pochissimi giorni fa la notizia che la Bank of England finanzierà direttamente il Tesoro. Significa, in pratica, che la spesa pubblica britannica viene coperta dalla banca centrale e che la Gran Bretagna, dunque, non deve ricorrere ai mercati finanziari per recuperare il denaro necessario.
La differenza con quello che avviene nell'Unione Europea è enorme: da statuto, infatti, la Banca Centrale Europea ha il compito di monitorare l’inflazione.
Esiste, poi, una questione non indifferente né secondaria: tanti o pochi che siano e saranno i fondi a disposizione, serve avere un’idea chiara su come saranno utilizzati e su come fare in modo che tali somme arriveranno davvero nelle tasche di tutte e tutti noi per essere reinserite nel circuito economico, alimentando consumi ed investimenti.
Si è detto tante volte che un’Unione Europea senza anima non ha futuro, perché non sa essere vicina alle persone e non sa (o non vuole) farsi carico dei loro problemi.
Può sembrare un paradosso, ma il primo passo da compiere per trasformare questa UE e ricostruirne una dal volto maggiormente umano è riformare la BCE, dandole i poteri che hanno le altre banche centrali nel mondo.
La politica deve tornare a riaffermare la sua superiorità sull'economia. E deve ricordarsi, soprattutto a sinistra, che la sua funzione è quella di migliorare le condizioni materiali di vita di tutte e tutti. O la politica torna ad essere questo. O, semplicemente, non è.

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