31/05/20

I lunedì dei beni comuni: anello verde urbano


"I lunedì dei beni comuni" è il titolo di un ciclo di tre incontri promossi da A sinistra per Macerata Bene Comune per confrontarci sulla Macerata di oggi e di domani.
Discuteremo di anello verde urbano, città dei bambini e socialità.
Nel primo incontro di domani parleremo della mozione sulla creazione dell’anello verde che i nostri consiglieri, Lina Caraceni e Michele Verolo, hanno presentato lo scorso febbraio e che sarà discussa venerdì 5 giugno dal Consiglio comunale.
Saranno nostri ospiti Mario Bettucci e Giulio Serafini, che hanno contribuito a disegnare il percorso di 32 km che collega le principali aree verdi di Macerata. Dialogherà con loro Lina Caraceni.
L’appuntamento è per domani – lunedì 1 giugno – alle ore 21:15 in diretta su questa pagina.

29/05/20

Il circo mediatico ed il tempo dei processi


I giorni della pubblicazione della telefonata tra Nichi Vendola e Girolamo Archinà li ricordo, ancora oggi, molto bene.
Nel 2013 l’audio di quella conversazione occupava le home page dei principali siti d’informazione. A distanza di sette anni, si scopre che quegli articoli andavano oltre il legittimo e doveroso diritto di cronaca, sconfinando nella lesione della reputazione personale e professionale di Nichi Vendola. Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Libero e Gli amici del Giornale d’Italia sono stati condannati al pagamento di un risarcimento di oltre 100.000,00 € per i danni arrecati all’immagine ed alla reputazione dell’ex presidente della Regione Puglia.
Quante prime pagine dei giornali cartacei, quante parti dei siti web, quante pagine social, quanti telegiornali daranno e commenteranno questa notizia?
La cronaca giudiziaria sbatte il mostro in prima pagina quando la notizia è fresca. Il processo mediatico, dunque, dura un paio di giorni e l’esito è sempre scontato. Quello politico, però, richiede un tempo necessariamente più lungo.
Ricordare di vivere in uno Stato di diritto e riaffermarne i suoi principi è, sempre di più, una priorità di questo paese.

28/05/20

Covid Hospital: l'astronave arriva in Parlamento


La vicenda del Covid – Fiera Hospital di Civitanova Marche, non finisce di sorprendere negativamente, tra ordini di servizio ai medici e pazienti, anche in via di guarigione, spostati in una struttura che non è un ospedale.
Abbiamo già evidenziato, nelle settimane passate, le nostre criticità sul merito e sul metodo dell’operazione. Ne ricordiamo alcune: la localizzazione in una struttura lontana da un ospedale con tutte le maggiori specialità, le modalità di reclutamento del personale, il sistema di raccolta delle donazioni.
Analoghe perplessità sono state avanzate da numerosi pezzi della società marchigiana: dalle organizzazioni sindacali a numerose voci del mondo politico.
La stampa locale e nazionale, poi, ha ospitato interventi, contributi e riflessione di giornaliste e giornalisti che, dati e numeri alla mano, hanno spiegato i dubbi irrisolti della costruzione del Covid Hospital.
Tutte queste criticità sono state sintetizzate in un’interrogazione parlamentare promossa da Nicola Fratoianni (deputato di Liberi e Uguali e portavoce nazionale di Sinistra Italiana), che riprende le gravi ambiguità di questo progetto: dalla decisione di delegare la raccolta dei fondi al Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta alla scelta di posizionare la struttura in un luogo molto frequentato, dal mancato ascolto della cittadinanza e delle parti sociali alla gestione dei pazienti Covid, dai dubbi di numerosi operatori del settore alla considerazione che le risorse impiegate per la costruzione del Covid Center potevano essere utilizzate in maniera più proficua per ampliare ed ammodernare in modo strutturale i presidi ospedalieri pubblici già esistenti: sembrerebbe, infatti, che non siano state fatte accurate valutazioni sui costi di gestione della struttura e sull’opportunità di aumentare gli investimenti sulla sanità territoriale per prevenire i contagi.
Ci uniamo alla richiesta dell’on. Fratoianni che invita la presidenza del Consiglio dei Ministri a valutare l'opportunità di proseguire con le attività del Covid Center di Civitanova Marche: sarebbe il primo passo di una necessaria revisione della politica sanitaria marchigiana che restituisca dignità e centralità alla sanità pubblica per una piena e completa attuazione dell’articolo 32 della nostra Costituzione.
Ci chiediamo anche se non sia opportuna una ispezione del Ministero della salute, per verificare le reali condizioni di sicurezza dei pazienti e le condizioni di tutela della professionalità degli operatori sanitari.

25/05/20

Tutto fa politica, tutto è politica



Da qualche giorno è iniziato l’iter di conversione in legge del decreto scuola.
Molte e molti ritengono che scuola ed università siano i grandi assenti nel dibattito politico di queste settimane.
Sono d’accordo solo in parte: Lucia Azzolina è stata fin troppo presente nei social e nei mezzi di comunicazione, e le sue dichiarazioni hanno lasciato troppo spesso una lunga scia di polemiche ed imbarazzo.
All’alba della quarantena, la Ministra non perdeva occasione per ricordare che l’esame di Stato sarebbe stato serio, restando, però, sempre pericolosamente vaga sulle modalità di svolgimento e dando l’impressione che l’aspetto relazionale ed educativo della scuola stesse finendo in secondo piano. La scuola non può ridursi ad un flusso di concetti e di nozioni: c’è una vita oltre la formula del ROE, e questa vita viene catturata difficilmente dalla didattica a distanza, nonostante gli apprezzamenti della Ministra.
Poi sono arrivate le giravolte ed i ripensamenti sulle valutazioni di fine anno e sul tema della bocciatura.
Da ultimo, i social sono stati invasi dalle ironie sui ragazzi che, secondo la Ministra, non sono imbuti da riempire versando una serie di nozioni.
Se, con tutta probabilità, era difficile ipotizzare provvedimenti differenti da quelli che sono stati adottati per concludere l’attuale anno scolastico, lo stesso non si può dire per la scuola che verrà e per la ripartenza che affronteremo a settembre.
Molto, o forse tutto, dipenderà dall’evoluzione del virus: il dubbio tra didattica in classe, a distanza o mista sarà sciolto nei prossimi mesi.
Quello che, però, non dipende dal virus è la necessità di assumere nuovi docenti.
Numerose sono le cattedre vuote che ogni anno, da settembre a giugno, vengono riempite da un esercito di precari disperso in mille graduatorie: da quelle ad esaurimento a quelle di merito; dalla seconda alla terza fascia, è difficile spiegare ai non addetti ai lavori l’accesso al mondo dell’insegnamento in Italia.
Solo nella tarda serata di ieri, la maggioranza ha raggiunto un accordo sullo svolgimento del concorso straordinario riservato ai precari. Le posizioni in campo erano diverse e lontane. Nelle intenzioni della Ministra, già in estate si sarebbero dovuto svolgere alcune prove concorsuali. Partito Democratico, Liberi e Uguali ed un’ampia parte del mondo sindacale (a partire dalla FLC CGIL) sostenevano la proposta del Sottosegretario Peppe De Cristofaro: concorso per titoli e servizio svolto e valutazione rinviata al termine dell’anno di prova.
Ieri, però, si è raggiunta una sintesi i cui dettagli saranno noti nei prossimi giorni. Pare scongiurato anche il rinvio dell’aggiornamento della terza fascia delle graduatorie d’istituto: famiglie e docenti si sono riconvertiti velocemente, dove possibile e con tutti i limiti del caso, alla didattica a distanza; non si capisce per quale motivo un analogo sforzo digitale non possa essere compiuto dal Ministero, così da consentire ai neolaureati di rendersi disponibili per accettare eventuali supplenze. È una decisione saggia, sopratutto se si pensa che le graduatorie di alcune classi di concorso sono esaurite ed alcune supplenze sono state assegnate tramite la messa a disposizione.
Io penso che tutte le opzioni in campo fossero condivisibili, ad eccezione del rinvio delle graduatorie. Quando si parla dei concorsi, esistono solide motivazioni per sostenere la tesi della Ministra, ma ve ne sono altre, ugualmente valide, per appoggiare la proposta di Peppe De Cristofaro.
È stata, dunque, una discussione tutta politica, nel senso più bello di questa parola: ci si è confrontati ed i rapporti di forza che si sono costruiti hanno determinato l’impostazione dei nuovi concorsi, su cui sapremo esprimerci con cognizione di causa tra poco tempo.
Parlando di politica e di rapporti di forza, non posso fare a meno di notare come, oggi, al Ministero dell’Istruzione sieda una rappresentante del partito di maggioranza relativa di Camera e Senato: il Movimento Cinque Stelle, infatti, alle ultime elezioni politiche ha superato la soglia del 30%.
Dal V-day del 2007 in poi, la retorica di Beppe Grillo ha ubriacato un po’ tutte e tutti. Una parte di noi, forse, si riconosceva nelle parole dure rivolte ai sindacati, ai corpi intermedi e ad una classe politica confinata in un unico grande calderone dove destra e sinistra sono uguali.
Qualcuno, forse, ricorda Roberta Lombardi gridare a Pier Luigi Bersani che “noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali”. Erano i giorni e le settimane che seguivano le elezioni politiche del 2013: la non vittoria di Italia Bene Comune ed i tentativi – poi naufragati – di dare vita al governo del cambiamento.
Quell’esecutivo è diventato realtà sei anni dopo: sono servite altre larghe intese, Matteo Renzi al governo e Matteo Salvini al Viminale per concretizzare l’intuizione dell’ex segretario del PD.
Bersani, prima e più di tutti, ha provato a stanare il Movimento Cinque Stelle ed a farlo evolvere dalla protesta alla proposta. Accettare la sfida del governo e la logica delle coalizioni è stato un passo per certi aspetti obbligato dopo le elezioni del 2018. La sfida del governo ha messo a dura prova il consenso del Movimento Cinque Stelle: governare significa scegliere, le scelte qualificano l’identità di chi le assume e distinguono la sinistra dalla destra.
Insomma: quella sbornia iniziata più di dieci anni fa con il primo V-day sembra passata. Restano i postumi, assieme alla periodica volontà di affidare le sorti del nostro paese al leader politico di turno: perché discutere ed affrontare una questione, quando è possibile delegarla a qualcuno?
Oggi più di ieri, credo nell’importanza della croce che mettiamo nella scheda elettorale. Ma credo ancora di più in una cittadinanza attiva che non segua le sorti del paese solo il giorno delle elezioni. La gestione della cosa pubblica (e, quindi, pure dell’istruzione) è un’attività complessa, ma sarebbe più facile – anche solo nella sua comprensione – se ce ne interessassimo di più.

18/05/20

Il governo Conte e le sinistre


Riordinando i documenti salvati nel mio computer, ho recuperato queste righe scritte poco dopo la nascita del governo giallorosso.
Il dibattito sull'opportunità della partecipazione di Sinistra Italiana (e, dunque, Liberi e Uguali) al secondo governo Conte è tanto attuale quanto imprevisto, se si pensa allo scenario politico di non più tardi di due o tre mesi fa.
Chi è a digiuno delle più elementari nozioni di diritto costituzionale direbbe che la sinistra è tornata al governo senza passare dalle urne. Mettiamo subito in chiaro che quello che è successo ad agosto non è un colpo di stato. È, al contrario, il normale funzionamento di una democrazia parlamentare in cui il popolo elegge i parlamentari, ai quali spetta il compito di trovare una maggioranza in grado di sostenere un governo.
La strana alleanza tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali ha avuto un merito: quello di mettere, almeno momentaneamente, all'angolo Matteo Salvini e le sue politiche sulle quali credo superfluo ogni ulteriore commento.
Salvini e Meloni, Lega e Fratelli d’Italia, però, sono tutt'altro che sconfitti. Il governo giallorosso è un’incredibile opportunità per chiudere la stagione politica che abbiamo appena superato. Per farlo, però, è necessario affermare con forza e convinzione un’idea di società radicalmente alternativa a quella che le recenti maggioranze ci hanno presentato. Occorre che i nostri valori tornino, senza alcuna timidezza, al centro dell’agenda politica. Insomma: solo una sinistra che faccia finalmente e per davvero la sinistra può battere la destra.
In questo senso, però, i primi passi sono poco confortanti.
“Premetto che lo ius culturae è un principio sacrosanto ed una legge di grande civiltà ma riprendere ORA il dibattito sull'approvazione di questo provvedimento è un errore". Sembra un’agenzia di due o tre anni fa, invece è lo stralcio di un pensiero condiviso da Alessia Morani nella sua pagina Facebook.
È ancora più grave quello che sta avvenendo in questi minuti alla Camera. Fare economia e tagliare la spesa pubblica riducendo il numero dei parlamentari è un cedimento culturale gravissimo ad un populismo che vede nei costi della politica il male assoluto. La democrazia ha un costo che va difeso, spiegato e valorizzato.
Questa riforma è uno dei pilastri su cui è nato questo governo. Senza, però, una robusta revisione dei contrappesi necessari a ridurre l’impatto del taglio dei parlamentari (a partire da una legge elettorale pienamente proporzionale), quello che resta sul tavolo è un taglio della rappresentanza ottenuto inveendo contro la casta. Sarebbe stato più giusto (ed economicamente più conveniente) ragionare su una diminuzione dei compensi, a parità di numero di parlamentari. Il taglio delle poltrone, però, è uno slogan sicuramente accattivante e convincente nell'epoca dei tweet.
Già dal 1994 e dai tempi di Silvio Berlusconi, la vittoria delle destre in questo paese è stata culturale prima ancora che elettorale. Se la sinistra non trova il coraggio delle sue idee, presto o tardi la destra troverà il modo di tornare al potere e terminare il lavoro interrotto a causa di un mojito di troppo.
A qualche mese di distanza, i giudizi – da sinistra – sull'operato del secondo governo Conte richiamano il dibattito tra riformisti e massimalisti ed il confronto tra le due sinistre.
L’emergenza sanitaria da cui stiamo lentamente uscendo imporrebbe di sospendere ogni giudizio sul governo: quando si naviga un mare in tempesta, la prima e sola priorità è quella di rientrare in porto.
Alcune questioni, però, meritano di essere affrontate. Si può pure ritenere che certe scelte fossero inevitabili o obbligate. In politica, però, nulla è scontato. Credo, allora, che sia innegabile ed apprezzabile l’attenzione mostrata da questo esecutivo e da questa maggioranza verso le fasce più deboli della popolazione, con l’adozione di alcune misure di sostegno al reddito. Dopo tanti, troppi anni, si torna ad investire con convinzione su sanità ed istruzione. Si è arrivati, da ultimo, alla regolarizzazione di migliaia di braccianti agricoli, dando – citando la Ministra Teresa Bellanova – visibilità agli invisibili.
Non si può, però, negare come il sostegno al reddito sia ancora incerto e lacunoso, mentre il provvedimento bandiera di Italia Viva sembra dettato da logiche meramente economiche più che umanitarie e tante sono le voci critiche che si sono alzate contro questo provvedimento. Si tratta di voci che poco hanno a che vedere con l’ex sinistra radicale: parliamo, infatti, dell’Arci o di Giuristi Democratici.
Che dire, allora? Partirei con quello che ritengo essere un dato di realtà. Due sono le alternative a questo esecutivo: un governo tecnico, magari guidato da Mario Draghi, o il ritorno alle urne con una probabile vittoria di un centrodestra a forte trazione sovranista e nazionalista. Difficilmente l’alleanza che sostiene Giuseppe Conte si presenterà compatta alle elezioni.
Sono tre, dunque, gli scenari possibili. E non faccio fatica a dire che Giuseppe Conte ed i suoi Ministri sono quanto di meglio, oggi, questo paese possa mandare a Palazzo Chigi. Ovviamente ed astrattamente, esistono governi migliori di questo. Sono, però, esecutivi impossibili da avere oggi: quando parliamo di politica, è bene non dimenticare la realtà fuori dalla porta.
Questo governo va sostenuto criticamente. Sostenuto, perché il peggio è sempre dietro l’angolo. Criticamente, perché la forza degli avversari non può costringerci ad ingoiare ogni rospo: per battere la destra, serve la sinistra.

14/05/20

Il sostegno di A sinistra per Macerata Bene Comune al Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS)


Troviamo positivo che il Consiglio comunale discuta di mobilità sostenibile.
Le modalità con le quali ci si muove all’interno della città sono aspetti che un Consiglio comunale ha il diritto ed il dovere di dibattere.
Un piano strategico ha la funzione di individuare una serie di linee guida che, negli anni successivi, saranno rese operative con le singole decisioni. Il PUMS, dunque, non vincola in alcun modo la prossima amministrazione, qualunque sarà il suo colore politico.
Alcune delle proposte di delibera, delle mozioni e degli ordini del giorno che stiamo discutendo e che discuteremo tra ieri e domani erano, in realtà, calendarizzati nell’ultimo Consiglio prima della quarantena. La proposta di delibera del PUMS rientra tra queste. La discutiamo oggi, a pochi giorni dall’ingresso nella fase 2. Riteniamo che l’emergenza non faccia venire meno l’importanza e l’utilità di questa proposta. Anzi, è proprio in questi momenti che la politica deve saper mettere in pratica pensieri lunghi in grado di guardare con lucidità un futuro in cui molte cose che abbiamo conosciuto cambieranno: la socialità, la fruizione degli spazi pubblici, la valorizzazione di Macerata nell’ottica di un turismo a chilometro zero.
Il PUMS è una visione futura della mobilità di Macerata, non un’ipoteca sul futuro di questa città.
Il nostro gruppo condivide pienamente l’idea che la mobilità debba essere ripensata attorno a principi e criteri di sostenibilità. Il Coronavirus, forse, impone una riflessione su come ci si potrà muovere in maniera sostenibile nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
Il trasporto pubblico locale è un valore: riduce l’inquinamento, contribuisce a liberare la carreggiata ed a costruire una mobilità in cui i mezzi privati non siano gli assoluti protagonisti. Riteniamo che il TPL vada quanto più possibile sostenuto e valorizzato, anche – perché no? - riformulando il piano tariffario dell’abbonamento all’autobus e di quello ai parcheggi. Una cosa, però, va detta: il Parcheggio Centro Storico è quasi sempre pieno, questo significa che, nei fatti, la città ha apprezzato la decisione di accelerare i tempi del recupero di quel posto. Parlo sia del parcheggio che della galleria e degli ascensori che portano al centro: luoghi riqualificati e restituiti alla comunità, che utilizza molto spesso l’ex ParkSì.
Questo potenziamento necessario, però, dovrà tenere conto delle misure di prevenzione di nuovi contagi al Coronavirus. Come è già stato detto, questa può essere la fase storica giusta per un investimento forte (culturale prima che economico) nelle piste ciclabili, nelle biciclette elettriche e nel bike sharing.
Ogni discorso sulla mobilità si intreccia con argomenti legati alla sosta: se l’obiettivo è quello di recuperare spazi lungo le mura per una mobilità dolce, non si può non pensare alla necessità di avere parcheggi ad impatto zero, o che, comunque, consentano di raggiungere il centro in tempi relativamente brevi.
Gli spazi urbani vanno ripensati. È scritto nel PUMS, ma è un pensiero quasi obbligato nella programmazione e nella gestione della fase 2. La mozione sull’istituzione di un anello verde va in questa direzione: valorizzare i parchi, riappropriarsi degli spazi verdi è un tema che la nostra lista civica aveva inserito nel programma elettorale, ma è anche un argomento che, in questi giorni, ha ritrovato una nuova attualità. Siamo felici del sostegno del Movimento Cinque Stelle; io e Lina non eravamo in Consiglio quando è stata presentata la loro proposta, ma il nostro auspicio è che, questa volta, l’esito possa essere diverso.
Una battuta sul centro storico: pensare di affrontare questa questione riaprendo il dibattito sulla Ztl significa, a nostro avviso, non aver compreso bene i termini delle sfide che ci attendono nei prossimi mesi, ben oltre la scadenza di questo Consiglio: in centro storico devono andare le persone; sono le persone che rendono vivo e vitale un centro storico.

10/05/20

Buon compleanno, Europa!


9 maggio, festa dell’Europa. È da qualche anno, ormai, che l’Unione Europea sta attraversando un momento di appannamento e di difficoltà. In molti paesi, i movimenti sovranisti e nazionalisti stanno raccogliendo un consenso forte e crescente basato su una critica fortissima all’UE che nasce anche dalla sua sostanziale incapacità di dare una risposta alla crisi del 2007: le politiche comunitarie messe in campo si sono rivelate inadeguate alla fase storica ed i partiti critici con l’UE sono metaforicamente passati all’incasso in molti appuntamenti elettorali.
La necessità di un processo di integrazione europea è stata una felice intuizione dell’immediato secondo Dopoguerra. Il nostro paese, l’Italia, è uno dei padri fondatori di quel percorso.
Alla crescente unione economica, però, non è seguita un’analoga visione politica di un processo fondativo e costitutivo dell’UE.
I limiti di questa UE a due velocità sono emersi in questi anni. Quando la Banca Centrale Europea apre il portafoglio per sostenere i debiti pubblici di alcuni stati e la corte costituzionale tedesca chiede chiarimenti, emerge in tutta la sua evidenza l’inesistenza di un’unione politica e, probabilmente, la mancanza di un minimo spirito di solidarietà.
Il trattato di Maastricht disegna un’UE fondata su un sostanziale benessere perenne dell’economia e su una situazione in cui lo Stato può ridurre le sue funzioni ed i suoi compiti (e, dunque, la sua spesa pubblica). Le fasi economiche, tuttavia, sono cicliche e non valgono in eterno: la politica economica, allora, deve saper cambiare ed adeguarsi senza rimanere imbrigliata in fastidiosi ed incomprensibili vincoli di bilancio che frenano le iniziative dello Stato: uno Stato senza denaro è come una macchina senza carburante.
Sovranità significa poter prendere delle decisioni. Alcune richiedono la disponibilità di somme di denaro più o meno ingenti. Anteporre il privato al pubblico è stato il mantra degli ultimi anni, ma è stata anche una decisione sbagliata di cui oggi paghiamo le conseguenze. Il Coronavirus ci ricorda come l’istruzione e la sanità siano due pilastri della nostra società, ma questi pilastri funzionano se vengono adeguatamente sostenuti e finanziati. Il mondo che verrà dovrà necessariamente prevedere la presenza maggiore dello Stato nel sistema economico. Dire più istruzione, ad esempio, significa chiedere l’assunzione di più docenti e la costruzione di scuole belle e sicure; affermare, ancora, più sanità significa riconoscere che il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di medici e di personale sanitario e che i servizi devono essere accessibili a tutte e tutti, senza vincoli di territorio né di reddito. Tutto questo, però, ha bisogno di soldi. Ha bisogno di decisioni che l’UE guarda di cattivo occhio, perché richiedono un aumento della spesa pubblica.
Mentre la politica italiana discute delle condizionalità del MES, il patto di stabilità e crescita è solo sospeso, e promette di tornare a reclamare altra austerità ed altri tagli, se non saremo capaci di immaginare e costruire un’altra Europa.
Pure se richiede tempi necessariamente lunghi, bisogna costruire un sentimento europeo che faccia sentire tutte e tutti cittadine e cittadini europei, e non solo italiani, francesi o spagnoli.
Un’UE incapace di dare una risposta forte, corale ed unitaria al Coronavirus è un’unione inutile e destinata a scomparire per colpa della sua miopia politica. Mai come in questi giorni appare chiaro come un’UE fondata sulla sola integrazione dei mercati non serve a nessuno. L’architettura istituzionale costruita fin qui rischia di continuare ad alimentare le diseguaglianze e le storture, e non è di questo che abbiamo bisogno in questo momento.
Oggi è la festa dell’Europa e questi, a Macerata, sarebbero stati i giorni degli aperitivi europei. Il brindisi di rito, allora, va all’UE: che abbia la capacità e la volontà di reinventarsi in una vera unione dei popoli.

07/05/20

Per nuovi problemi servono nuove proposte


L’intervento di Bruno Mandrelli su Cronache Maceratesi accende i riflettori sul destino di un centro storico provato dagli effetti del Coronavirus. Mai come in questi giorni le discussioni sul futuro di Macerata devono tenere assieme tutta la città – comprese le frazioni ed i quartieri – evitando di fossilizzarsi su dibattiti vecchi ed incapaci di rispondere alle mutate esigenze. Il Coronavirus ci impone una nuova progettazione della città. 
Sul centro storico abbiamo sempre sostenuto che sia il luogo dove la comunità si incontra. Per questo condividiamo l’idea di aumentare gli spazi della socialità con la possibilità di concedere ai locali ulteriori aree all'esterno e recuperare quanto perdono all'interno a causa delle nuove normative.
Il centro storico ha bisogno della presenza delle persone. Per questo non si deve perdere il valore aggiunte della Ztl e delle aree pedonalizzate, dove studenti, cittadini, residenti si incontrano e vivono. Ma il centro storico deve essere raggiunto facilmente anche in auto. L’area di sosta a Rampa Zara ci appare una soluzione ormai superata. Si può ragionare su un’idea nuova: riconvertire un edificio vuoto ed inutilizzato in un parcheggio coperto per ottenere nuovi posti auto senza ulteriore consumo del territorio, utili anche per i residenti, così da liberare i parcheggi all'aperto per la sosta veloce e garantire una migliore fruibilità del centro. Un luogo ideale potrebbe essere l’ex cinema Corso: in questo modo si otterrà pure la riqualificazione di un’area degradata.
Il centro storico vive di cultura e socialità. È necessario un confronto tra Comune, Università, associazioni culturali e terzo settore da cui esca un nuovo progetto condiviso di iniziative, capaci di tornare a far vivere il centro in sicurezza. Costruiamo un progetto di cultura diffusa che si estenda a tutta la città, anche ai quartieri e alle frazioni.
Tra le scelte da fare subito occorre chiudere il capitolo della ricostruzione post sisma e restituire alla città luoghi come l’Auditorium San Paolo – spazio vitale per l’università e per la vita culturale della città – e il palazzo Costa, luogo di abitazioni e di uffici. La ripartenza dei cantieri, inoltre, significa lavoro e nuova economia.
Se è vero che ogni crisi nasconde un’opportunità lavoriamo per costruire una città sostenibile che metta al centro le persone.

03/05/20

Chiacchiere o numeri?


Un post pubblicato nella sua pagina Facebook da Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e Uguali e portavoce nazionale di Sinistra Italiana, mi spinge ad una timida riflessione.
Sappiamo, purtroppo, che l’erogazione della cassa integrazione guadagni in deroga e del bonus dei 600,00 € per lavoratrici e lavoratori atipici ha subito (e sta subendo ancora) qualche intoppo e qualche ritardo di troppo.
Giuseppe Conte si è personalmente scusato, prendendosi delle responsabilità non del tutto sue. È innegabile, però, che questi ritardi rischiano di assumere risvolti che non devono assolutamente essere sottovalutati: la quarantena ha forzatamente ridotto i nostri redditi e le nostre entrate, ed a questa diminuzione, certe volte, è seguita la difficoltà materiale di mettere assieme due pasti al giorno. I 400 milioni in buoni spesa stanziati dal Governo sono terminati in pochi giorni. Le mancanze dello Stato, in tutte le sue articolazioni, divengono ancora più insopportabili ed ingiuste.
L’iter di richiesta della cig in deroga assegna un ruolo importante alle regioni. Un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore rielabora i dati forniti dall’INPS per offrire un quadro relativo all’andamento dello smaltimento delle domande ed all’erogazione del contributo.
I freddi numeri ci dicono che la Regione più efficiente, ad oggi, è il Veneto, mentre i fanalini di coda sono, in ordine alfabetico, Abruzzo, Lombardia, Molise, Sardegna e Sicilia.
Sono numeri a due cifre che, per onestà intellettuale, andrebbero probabilmente elaborati ulteriormente leggendoli, ad esempio, in relazione all’estensione territoriale della regione: il Molise smaltisce poche domande anche perché, banalmente, il Molise è piccolo. L’alibi territoriale viene meno per regioni quali Sicilia, Sardegna e, soprattutto, Lombardia.
Marco Marsilio (Fratelli d’Italia), Attilio Fontana (Lega), Donato Toma (Forza Italia), Nello Musumeci (#DiventeràBellissima) e Christian Solinas (Partito Sardo d’Azione) sono i presidenti delle regioni citate. Li accomuna la provenienza politica: tutte e cinque queste regioni, infatti, sono governate da maggioranza di centrodestra.
Non si vuole, con questo dire, che la sinistra è bella e buona, mentre la destra è brutta e cattiva. Il Veneto di Zaia, peraltro, sarebbe in prima fila a smentire questo discorso fragile e fazioso.
Il bello della politica è che molto, se non tutto, è opinabile. L’atteggiamento che Lega e Fratelli d’Italia stanno tenendo in queste settimane è sotto gli occhi di tutte e tutti noi. Io penso che Salvini e Meloni stiano cercando di approfittare di ogni scivolone, piccolo o grande che sia, della maggioranza e dell’esecutivo per lucrare qualche decimale percentuale di voto. È un comportamento, a mio modo di vedere, che non tiene minimamente conto della complessità del momento e che spero si rivelerà perdente quando torneremo alle urne.
Ad Ancona si dice che “a discore n'è fadiga”. Governare, invece, è un’attività complessa e farlo bene lo è ancora di più.
La dialettica ed il confronto tra maggioranza e minoranze sono il sale e l’essenza di una democrazia. Se qualcuno, oltre a lanciare ai quattro venti accuse e proclami confusi e contraddittori, pensasse ad esercitare al meglio le responsabilità di governo che hanno avuto nelle ultime elezioni regionali, vivremmo in un paese migliore. E, sono convinto, aumenterebbe pure la qualità della nostra democrazia.
Quale dovrebbe essere la priorità di un buon amministratore: la denuncia alla Cina per la diffusione del Coronavirus o l’erogazione della Cig?

02/05/20

"Nessuno più al mondo dev'essere sfruttato". Primo Maggio, epifania laica della nostra rivoluzione... Da fare!


Quando si parla di lavoro, la mente di tutte e tutti noi corre verso l’articolo 1 della Costituzione, verso il lavoro quale fondamento della nostra Repubblica.
Quello che tante, troppe volte sfugge è che la Costituzione parla di lavoro in molti altri articoli.
Ecco allora, che la Repubblica ha il compito di riconoscere e di rendere effettivo a tutte le cittadine ed a tutti i cittadini il diritto al lavoro, di tutelarlo in tutte le sue forme e di curare formazione ed elevazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori.
Non è tutto: la Costituzione parla di una retribuzione adeguata e proporzionata al lavoro svolto e comunque capace di assicurare un’esistenza dignitosa e libera alla persona. Ma il lavoro non è solo un buon salario, il lavoro è anche una serie di diritti: dalle ferie retribuite al riposo settimanale, dalla libera organizzazione sindacale al diritto di sciopero. 
Nei casi di infortuni, malattie, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria, le lavoratrici ed i lavoratori hanno il diritto a ricevere mezzi adeguati alle loro esigenze di vita. Un discorso analogo vale per la diversabilità, a cui va garantito il diritto a istruzione ed avviamento professionale.
La Costituzione afferma l'uguaglianza, formale e sostanziale, della donna lavoratrice rispetto all'uomo lavoratore e tutela il lavoro minorile.
L’orario di lavoro non è rimesso alla volontà ed alle discrezione del datore di lavoro, ma viene stabilito dalla legge.
Passare dalle parole della Costituzione all'amara realtà che stiamo vivendo lascia addosso la sensazione che si prova quando ci si sveglia dopo un brutto incubo. Il mondo del lavoro, oggi, è terribilmente lontano da quello immaginato dai nostri padri costituenti. Quando si scrive la parola “lavoro”, in realtà, si finisce per leggere “precarietà”: la crisi morde ed impedisce a troppe donne e troppi uomini di realizzare il proprio progetto di vita. Troppe volte manca un salario dignitoso ed il mondo del lavoro resta sessista quando vediamo il gender gap impennare la curva di ogni indicatore, con gravidanza e maternità quasi un bene di lusso.
Il Primo Maggio è la giornata in cui si ricordano le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori. Il diritto del lavoro nasce proprio da qui con l’obiettivo di riequilibrare i rapporti di forza tra classe lavoratrice e datori di lavoro.
Guardando la storia dell’Italia, ad un certo punto le rivendicazioni si sono interrotte. Il risultato più immediato è stato l’approvazione di leggi che hanno diviso ed indebolito la classe lavoratrice: la cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori grida vendetta e se anche un solo lavoratore o una sola lavoratrice ha subito una penalizzazione a causa della sua cancellazione qualcuno ne dovrà rendere conto. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma noi lo rivogliamo e subito.
Oggi passiamo questa ricorrenza a casa: nessuna gita fuori porta, nessun concerto. La quarantena, però, sta per finire e ci prepariamo ad uscire, sempre con molta prudenza.
“Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema” può apparire uno slogan per acchiappare qualche like. Individua, però, un orizzonte che la classe politica ha il dovere di fare proprio: abbiamo il dovere di pensare e realizzare un altro mondo. 
Un mondo che metta al centro la persona nelle sue molteplici dimensioni e che le restituisca piena dignità.
Il lavoro non può più essere considerato un costo da tagliare e da sacrificare in nome del profitto.
l primo, enorme, obiettivo che la sinistra dovrebbe cercare di raggiungere è la realizzazione, finalmente, del dettato della carta costituzionale, affinché quelle parole non rimangano eternamente incompiute e si faccia la volontà dei nostri padri costituenti.
Il lavoro al centro, così da poter dire senza incertezze e con la massima sicurezza che l’Italia è davvero “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.