Quando si parla di lavoro, la mente di tutte e tutti noi corre verso l’articolo 1 della Costituzione, verso il lavoro quale fondamento della nostra Repubblica.
Quello che tante, troppe volte sfugge è che la Costituzione parla di lavoro in molti altri articoli.
Ecco allora, che la Repubblica ha il compito di riconoscere e di rendere effettivo a tutte le cittadine ed a tutti i cittadini il diritto al lavoro, di tutelarlo in tutte le sue forme e di curare formazione ed elevazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori.
Non è tutto: la Costituzione parla di una retribuzione adeguata e proporzionata al lavoro svolto e comunque capace di assicurare un’esistenza dignitosa e libera alla persona. Ma il lavoro non è solo un buon salario, il lavoro è anche una serie di diritti: dalle ferie retribuite al riposo settimanale, dalla libera organizzazione sindacale al diritto di sciopero.
Nei casi di infortuni, malattie, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria, le lavoratrici ed i lavoratori hanno il diritto a ricevere mezzi adeguati alle loro esigenze di vita. Un discorso analogo vale per la diversabilità, a cui va garantito il diritto a istruzione ed avviamento professionale.
La Costituzione afferma l'uguaglianza, formale e sostanziale, della donna lavoratrice rispetto all'uomo lavoratore e tutela il lavoro minorile.
L’orario di lavoro non è rimesso alla volontà ed alle discrezione del datore di lavoro, ma viene stabilito dalla legge.
Passare dalle parole della Costituzione all'amara realtà che stiamo vivendo lascia addosso la sensazione che si prova quando ci si sveglia dopo un brutto incubo. Il mondo del lavoro, oggi, è terribilmente lontano da quello immaginato dai nostri padri costituenti. Quando si scrive la parola “lavoro”, in realtà, si finisce per leggere “precarietà”: la crisi morde ed impedisce a troppe donne e troppi uomini di realizzare il proprio progetto di vita. Troppe volte manca un salario dignitoso ed il mondo del lavoro resta sessista quando vediamo il gender gap impennare la curva di ogni indicatore, con gravidanza e maternità quasi un bene di lusso.
Il Primo Maggio è la giornata in cui si ricordano le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori. Il diritto del lavoro nasce proprio da qui con l’obiettivo di riequilibrare i rapporti di forza tra classe lavoratrice e datori di lavoro.
Guardando la storia dell’Italia, ad un certo punto le rivendicazioni si sono interrotte. Il risultato più immediato è stato l’approvazione di leggi che hanno diviso ed indebolito la classe lavoratrice: la cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori grida vendetta e se anche un solo lavoratore o una sola lavoratrice ha subito una penalizzazione a causa della sua cancellazione qualcuno ne dovrà rendere conto. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma noi lo rivogliamo e subito.
Oggi passiamo questa ricorrenza a casa: nessuna gita fuori porta, nessun concerto. La quarantena, però, sta per finire e ci prepariamo ad uscire, sempre con molta prudenza.
“Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema” può apparire uno slogan per acchiappare qualche like. Individua, però, un orizzonte che la classe politica ha il dovere di fare proprio: abbiamo il dovere di pensare e realizzare un altro mondo.
Un mondo che metta al centro la persona nelle sue molteplici dimensioni e che le restituisca piena dignità.
Il lavoro non può più essere considerato un costo da tagliare e da sacrificare in nome del profitto.
l primo, enorme, obiettivo che la sinistra dovrebbe cercare di raggiungere è la realizzazione, finalmente, del dettato della carta costituzionale, affinché quelle parole non rimangano eternamente incompiute e si faccia la volontà dei nostri padri costituenti.
Il lavoro al centro, così da poter dire senza incertezze e con la massima sicurezza che l’Italia è davvero “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

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