Da qualche giorno è iniziato l’iter di conversione in legge del decreto scuola.
Molte e molti ritengono che scuola ed università siano i grandi assenti nel dibattito politico di queste settimane.
Sono d’accordo solo in parte: Lucia Azzolina è stata fin troppo presente nei social e nei mezzi di comunicazione, e le sue dichiarazioni hanno lasciato troppo spesso una lunga scia di polemiche ed imbarazzo.
All’alba della quarantena, la Ministra non perdeva occasione per ricordare che l’esame di Stato sarebbe stato serio, restando, però, sempre pericolosamente vaga sulle modalità di svolgimento e dando l’impressione che l’aspetto relazionale ed educativo della scuola stesse finendo in secondo piano. La scuola non può ridursi ad un flusso di concetti e di nozioni: c’è una vita oltre la formula del ROE, e questa vita viene catturata difficilmente dalla didattica a distanza, nonostante gli apprezzamenti della Ministra.
Poi sono arrivate le giravolte ed i ripensamenti sulle valutazioni di fine anno e sul tema della bocciatura.
Da ultimo, i social sono stati invasi dalle ironie sui ragazzi che, secondo la Ministra, non sono imbuti da riempire versando una serie di nozioni.
Se, con tutta probabilità, era difficile ipotizzare provvedimenti differenti da quelli che sono stati adottati per concludere l’attuale anno scolastico, lo stesso non si può dire per la scuola che verrà e per la ripartenza che affronteremo a settembre.
Molto, o forse tutto, dipenderà dall’evoluzione del virus: il dubbio tra didattica in classe, a distanza o mista sarà sciolto nei prossimi mesi.
Quello che, però, non dipende dal virus è la necessità di assumere nuovi docenti.
Numerose sono le cattedre vuote che ogni anno, da settembre a giugno, vengono riempite da un esercito di precari disperso in mille graduatorie: da quelle ad esaurimento a quelle di merito; dalla seconda alla terza fascia, è difficile spiegare ai non addetti ai lavori l’accesso al mondo dell’insegnamento in Italia.
Solo nella tarda serata di ieri, la maggioranza ha raggiunto un accordo sullo svolgimento del concorso straordinario riservato ai precari. Le posizioni in campo erano diverse e lontane. Nelle intenzioni della Ministra, già in estate si sarebbero dovuto svolgere alcune prove concorsuali. Partito Democratico, Liberi e Uguali ed un’ampia parte del mondo sindacale (a partire dalla FLC CGIL) sostenevano la proposta del Sottosegretario Peppe De Cristofaro: concorso per titoli e servizio svolto e valutazione rinviata al termine dell’anno di prova.
Ieri, però, si è raggiunta una sintesi i cui dettagli saranno noti nei prossimi giorni. Pare scongiurato anche il rinvio dell’aggiornamento della terza fascia delle graduatorie d’istituto: famiglie e docenti si sono riconvertiti velocemente, dove possibile e con tutti i limiti del caso, alla didattica a distanza; non si capisce per quale motivo un analogo sforzo digitale non possa essere compiuto dal Ministero, così da consentire ai neolaureati di rendersi disponibili per accettare eventuali supplenze. È una decisione saggia, sopratutto se si pensa che le graduatorie di alcune classi di concorso sono esaurite ed alcune supplenze sono state assegnate tramite la messa a disposizione.
Io penso che tutte le opzioni in campo fossero condivisibili, ad eccezione del rinvio delle graduatorie. Quando si parla dei concorsi, esistono solide motivazioni per sostenere la tesi della Ministra, ma ve ne sono altre, ugualmente valide, per appoggiare la proposta di Peppe De Cristofaro.
È stata, dunque, una discussione tutta politica, nel senso più bello di questa parola: ci si è confrontati ed i rapporti di forza che si sono costruiti hanno determinato l’impostazione dei nuovi concorsi, su cui sapremo esprimerci con cognizione di causa tra poco tempo.
Parlando di politica e di rapporti di forza, non posso fare a meno di notare come, oggi, al Ministero dell’Istruzione sieda una rappresentante del partito di maggioranza relativa di Camera e Senato: il Movimento Cinque Stelle, infatti, alle ultime elezioni politiche ha superato la soglia del 30%.
Dal V-day del 2007 in poi, la retorica di Beppe Grillo ha ubriacato un po’ tutte e tutti. Una parte di noi, forse, si riconosceva nelle parole dure rivolte ai sindacati, ai corpi intermedi e ad una classe politica confinata in un unico grande calderone dove destra e sinistra sono uguali.
Qualcuno, forse, ricorda Roberta Lombardi gridare a Pier Luigi Bersani che “noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali”. Erano i giorni e le settimane che seguivano le elezioni politiche del 2013: la non vittoria di Italia Bene Comune ed i tentativi – poi naufragati – di dare vita al governo del cambiamento.
Quell’esecutivo è diventato realtà sei anni dopo: sono servite altre larghe intese, Matteo Renzi al governo e Matteo Salvini al Viminale per concretizzare l’intuizione dell’ex segretario del PD.
Bersani, prima e più di tutti, ha provato a stanare il Movimento Cinque Stelle ed a farlo evolvere dalla protesta alla proposta. Accettare la sfida del governo e la logica delle coalizioni è stato un passo per certi aspetti obbligato dopo le elezioni del 2018. La sfida del governo ha messo a dura prova il consenso del Movimento Cinque Stelle: governare significa scegliere, le scelte qualificano l’identità di chi le assume e distinguono la sinistra dalla destra.
Insomma: quella sbornia iniziata più di dieci anni fa con il primo V-day sembra passata. Restano i postumi, assieme alla periodica volontà di affidare le sorti del nostro paese al leader politico di turno: perché discutere ed affrontare una questione, quando è possibile delegarla a qualcuno?
Oggi più di ieri, credo nell’importanza della croce che mettiamo nella scheda elettorale. Ma credo ancora di più in una cittadinanza attiva che non segua le sorti del paese solo il giorno delle elezioni. La gestione della cosa pubblica (e, quindi, pure dell’istruzione) è un’attività complessa, ma sarebbe più facile – anche solo nella sua comprensione – se ce ne interessassimo di più.

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